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rivista d'arte
Iscritta nel Pubblico Registro della Stampa
del Tribunale di Rimini: n° 11 del 24-05-2011
ISSN: 2239-089898






CONTRIBUTI

2017

 

Le avventure della "Concezione" e l'iconografia della Carità
di Filippo Sciacca

Sui pastelli "emozionali" di Frida Kahlo
di Pasquale Fameli

La letteratura come mania
di Giorgia Di Nardo Fasoli

 

2011

Gli autoritratti di Helene Schjerfbeck
di Rosita Lappi

Umbra, spectrum, speculum, Le immagini sulla soglia
di Lorella Barlaam

Trittico
di Angela Catrani

L'analizzante come artista
di Luca Di Gregorio

Viaggio: fuga, scoperta o memoria?
di Emanuela Agnoli

 

2010

AREE TEMATICHE::

COLLEZIONISMO
Freud collezionista di arte antica
di Luca Di Gregorio


Collezionismo. La magnifica ossessione
di Rosita Lappi


L'ARTISTA E IL MODELLO

Tra l’artista e il modello. Una lettura psicologica delle dinamiche creative
A cura di Sara Ugolini e Sara Polidori


Donna e modella. Sensualità e tragica grazia
di Rosita Lappi

 


DEDICHE
:


Aracne sterilis
di Marco Campana


Aracne

di Angela Catrani

Antonia Ciampi. Il dono di Pallade
di Virna Gioiellieri

 
 

CONTRIBUTI

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maternità

Le avventure della "Concezione" e l'iconografia della Carità
di Filippo Sciacca

Est quod in ipsis floribus angat,
et ubi mel, ibi fel, ubi uber, ibi tuber

C’è qualcosa che nel massimo della fioritura si affligge:
dov’è il miele, c’è anche il fiele;
dov’è il seno che allatta, c’è anche il bubbone

   L’etimo di “avventura” risale al latino advenire (da cui il participio futuro adventurus), che indica il “sopraggiungere di qualcosa” o l’“arrivare da qualche parte”. Significa che un soggetto sarà raggiunto da qualcosa, da qualcuno oppure che raggiungerà qualcosa, qualcuno o qualche parte.
La “disavventura”, ovviamente, è il suo contrario: ciò che non raggiungerà il soggetto o che il soggetto non riuscirà a raggiungere. L’avventura/disavventura è un avvenimento, un accidente che potrà o non potrà accadere (nel senso di “cader sopra” al soggetto). L’accadimento positivo o negativo rinvia alla casualità della sorte, che può consentire o meno la congiunzione con ciò che il soggetto ha desiderato. . . . .

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frida kahlo

Sui pastelli “emozionali” di Frida Kahlo
di Pasquale Fameli 

 

Un notevole interesse è stato manifestato negli ultimi anni in Italia per Frida Kahlo sia attraverso alcune grandi mostre a Roma, Genova e Bologna (1), sia attraverso nuovi studi, riedizioni e traduzioni(2). La retrospettiva tenutasi presso le Scuderie del Quirinale a Roma e curata da Helga Prignitz-Poda, specialista dell’artista messicana e co-curatrice del catalogo ragionato(3), ha concesso, tra le altre cose, la straordinaria opportunità di vedere undici pastelli su carta realizzati tra il 1949 e il 1950, appartenenti alla serie Las emociones, oggi di proprietà della collezione statunitense Patty & Jim Cownie. Questa serie costituisce, per molti motivi, un caso alquanto singolare in tutta la produzione della pittrice messicana, nota al mondo prevalentemente per i suoi autoritratti di marca surrealista. . . . .

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buzzati

La letteratura come mania
di Giorgia Di Nardo Fasoli

Riflettere sul significato che assume il fare artistico ha un senso che va al di là del suo valore critico-letterario, perché questi ragionamenti conducono inevitabilmente ad osservare la società contemporanea e a porsi domande su cosa la caratterizza, cosa è cambiato e cosa, invece, è rimasto radicalmente uguale al di là delle rivoluzioni scientifiche e dei cambiamenti storici. Oggi l’arte è sempre più un oggetto misterioso ed enigmatico, per un verso la sua mercificazione è ormai data per scontata(1), ma se ci si sofferma sul grande interrogativo “qual è la funzione dell’arte”, quesito ormai consumato da innumerevoli riflessioni, oggi la risposta appare ancora più oscura, giacché si vive in un mondo nel quale ha senso solo ciò che ha una precisa utilità evidente e tangibile, invece la funzione del fenomeno artistico rimane avvolta in un alone di mistero. Eppure, con i suoi naturali cambiamenti, l’umanità, anche nei momenti più disperati e bui della storia . . . .

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ritratto

Gli autoritratti di Helene Schjerfbeck
di Rosita Lappi

Il ritratto umano si colloca all’origine del lungo percorso dell’arte e accompagna la vicenda umana come un documento via via cangiante e penetrante nel suo farsi specchio e riflesso della sua evoluzione. La pratica dell’autoritratto rivela una qualità narrativa spesso più incisiva e inconsapevole della narrazione verbale; scava nel mistero e nella sacralità dell’uomo e porta a limiti sempre nuovi l’essenza stessa della creazione, sviluppando linguaggi estetici e comunicando significati illuminanti.  “Ogni dipintor dipinge sé”, recita un antico adagio, certamente l’artista impasta di sé ogni forma creata. Ma col ritratto lo dichiara. . . .

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saffo

Trittico
di Angela Catrani

Attis
"Alfine sei arrivata."
Si, mia dolce Saffo, alfine sono arrivata. Sono travolta dalla gioia, le mie gambe non possono stare ferme, il mio cuore balla e canta. Ma ugualmente ti sorrido e mi siedo accanto a te.
Guardo ammirata il tuo lavoro, i tuoi ricami, le tue agili mani che si muovono veloci, appassionate. Tiri su la testa, mi guardi, mi sorridi, ammicchi, fai un cenno verso le altre. Oh, quante sono, oggi.
"Buongiorno a tutte voi, dolci fanciulle, cosa si dice di bello oggi?"
Raccolgo i capelli, mi siedo al telaio, scosto indietro il peplo e mi metto a lavorare. Ho un ricamo difficile da seguire oggi, i filati sono dorati, duri, l'ago non entra come dovrebbe. Mi concentro sul lavoro, mi aiuta a non pensare, almeno non troppo. Siamo sempre chiuse qui dentro, certo può essere anche divertente, in certi giorni di noia, ritrovarsi tutte, ma oggi... no oggi no. Ecco che Saffo mi guarda, sento i suoi occhi ardenti sulla mia nuca scoperta, sulle candide braccia. Il viso mi diventa di fuoco. Oggi tutte vie dovrebbero andare, via via, via. . . .

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ritratto

Umbra, spectrum, speculum,
Le immagini sulla soglia

di Lorella Barlaam

"Tutti noi procediamo tra lo specchio della vita e quello della morte. E noi entriamo, quando usciamo,
 e usciamo, quando entriamo. Perchè gridare di dolore?"
(P. Seeberg ”Ferai”)
 
1
In margine a “Materia è memoria – Il ritratto come percezione della realtà”
Domenico Grenci, Memorie, 2009

Ritratto/autoritratto (biografia/autobiografia) è il tema attraverso il quale il progetto che la galleria Percorsi esprime è entrato nel vivo della sua attività. Una vera e propria “via regia” per entrare nell’officina dell’artista.
Guardare un ritratto, sondarne il volto, è cercare lo sguardo dell’Altro. Che ricambia il nostro, o lo elude. Uno sguardo che si manifesta come una soglia: con una faccia rivolta all’invisibile – l’interiorità del modello o dell’artista, un altrove nel tempo e nello spazio – e una rivolta al visibile, la superficie del ritratto, rivolta al qui ed ora di chi guarda. Presenza in absentia. . . .

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Viaggio: fuga, scoperta o memoria?
di Emanuela Agnoli

L’America che Saul Steinberg vede al suo sbarco negli Stati Uniti, nel 1942, è un continente Art Deco, un universo di architetture in stile juke-box, pieno di forme audaci e colori sgargianti, di parate e sfilate di majorette. Nei tanti disegni geniali, pubblicati sul “New Yorker”, l’artista, di origini rumene ma di formazione italiana, riesce a cogliere con intuito straordinario il carattere di una nazione, mettendo a nudo, in modo divertito e talora dissacrante, i capricci e le debolezze di un intero popolo. Stati Uniti, anni Cinquanta: a sconvolgere cliché e sentimentalismi propri dell’arte fotografica del dopoguerra è Robert Frank che, con le sue immagini crude, traccia un ritratto dell’America eloquente e significativo. Ai paesaggi naturali sconfinati si sostituiscono automobili, pompe di benzina e juke-box, nuove icone e indici più veri della vita contemporanea americana. . . .

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L'analizzante come artista
di Luca Di Gregorio

Nell’epoca dell’evaporazione del Padre, nell’epoca della precarietà del simbolico, in quest’epoca impoetica e volgare nella quale il sentimento estetico pare essersi eclissato, l’individuo, la soggettività e la propria irriducibile particolarità sono in pericolo. Lo constatano quotidianamente gli psicoanalisti nei loro studi quando accolgono persone molto più vicine all’esser monoliti, piuttosto che individui in grado di articolare con la parola il proprio disagio. Questa è l’epoca della “clinica del vuoto”, non più del sintomo come manifestazione di qualcosa che voleva esser detto e non ha invece trovato altra espressione al di fuori del disagio. . . .

 

 

 

 

COLLEZIONISMO

Freud collezionista di arte antica
di Luca Di Gregorio

Sigmund Freud fu un accanito collezionista di arte antica per oltre quarant’anni della sua esistenza e questo, per sua stessa ammissione, fu un “vizio che per intensità era secondo solo a quello del fumo”1, anche se è forse un aspetto poco conosciuto ed insolito della biografia del padre della psicoanalisi. Com’è nato dunque il desiderio di diventare un collezionista e che cosa lo ha spinto a collezionare, per quasi metà della sua vita, una particolare tipologia di oggetti artistici?

Per rispondere a queste domande sarà necessario soffermarci sia sulla grande passione di Freud per l’arte e la letteratura, che ci motiva il suo interesse nel collezionare oggetti d’arte, sia mostrare il grande amore che nutriva verso l’archeologia, l’antichità e le culture classiche, che ci giustifica la scelta di collezionare esclusivamente opere d’arte antica.

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Collezionismo.
La magnifica ossessione

di Rosita Lappi

Il collezionista possiede una preziosa qualità, la capacità di meravigliarsi del mondo e dei suoi oggetti, di intuirne la potenza evocativa, di entusiasmarsi della loro scoperta, di creare nessi tra i grandi capolavori e le piccole cose che ne hanno costituito il contesto storico, dando un’immagine più completa della cultura del passato (Benjamin, W. 1966).
 Legando le opere tra loro in quella che P. Valéry ha definito vertigine della mescolanza, il collezionista ordina le opere in una misteriosa relazione di senso e riordina, nel contempo, l’infinita geografia del proprio mondo interiore.

Nel suo ultimo romanzo, Il museo dell’innocenza, Orhan Pamuk (2008) ci offre una splendida storia di amore per gli oggetti toccati dalla esistenza di una donna molto amata e perduta, nella Istanbul degli anni ‘70. Questo scenario urbano e intimo sarà minuziosamente ricostruito a sua  volta come teatro e come museo della storia d’amore dei due giovani protagonisti. Un museo che, al di fuori della finzione letteraria, è  in via di allestimento in un palazzo di Istanbul grazie ad un accordo tra la città e lo scrittore.

Conferenza tenuta presso l’Associazione Percorsi Estravaganti a Rimini, 11 aprile 2010

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L'ARTISTA E IL MODELLO

Tra l’artista e il modello
Una lettura psicologica delle dinamiche creative

A cura di Sara Ugolini e Sara Polidori


Note preliminari ad un’indagine complessa
Un’intimità tenuta a distanza: il caso Vermeer
Frammenti di un rapporto amoroso nei dipinti di Goya
Andy Warhol e le sue modelle: l’artista è un vampiro?

Il ciclo di incontri che si è svolto negli spazi della Galleria Percorsi tra il 4 e il 21 giugno dello scorso anno ha posto al centro un aspetto particolare del processo creativo: il rapporto che si instaura tra l’artista e la persona che funge da modello per l’opera. In maniera esplicita nella ritrattistica ma tendenzialmente tutte le volte che un artista si misura con la rappresentazione della figura umana, quella del modello è infatti una presenza centrale.
Per illustrare il tema si è scelto di partire dall’esperienza di Jan Vermeer, Francisco Goya e Andy Warhol. Si tratta di artisti cronologicamente distanti ma emblematici, oltre che per il loro contributo alla storia dell’arte, per la risonanza del contatto che, in modo diverso, hanno stabilito con chi ha posato per loro, oppure, nel caso specifico di Vermeer, per la peculiare capacità di stimolare il pubblico a fantasticare sulle presenze misteriose delle sue opere e sui rapporti intercorsi tra questi personaggi e il pittore.

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Donna e modella
Sensualità e tragica grazia

di Rosita Lappi

Se fino al Settecento le modelle erano ritratte in travestimenti idealizzanti, corpi disincarnati e sublimati nella dimensione astratta del mito, ora nel nuovo secolo l’eros dichiara il suo intento voyeuristico. Le meravigliose creature di Watteau, Boucher, Fragonard, nudi allusivi pieni di grazia e sensualità, avevano invaso i vari Salons e deliziato lo sguardo maschile con una pittura ammiccante che nell’Ottocento è ormai esplicita e scevra di messaggi allegorici. Scene di boudoirs, eden fioriti di ninfe e bagnanti, corpi luminosi e allettanti, nudi e lascivi, vengono offerti al desiderio maschile (e alle loro collezioni riservate) da artisti affetti da quello che un critico dell’epoca definì con fulminante ironia “priapismo del disegno”...

Pubblicato su "Il risorgimento dell'arte" di ottobre 2010

saggidonnaemodella

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DEDICHE


ARACNESTERILIS

Aracne sterilis

Al rifiuto di concedersi ad una divinità del bosco
fu tramutata in ragno.
Ma per una sola notte ed una sola volta all'anno,
quel dio le ridà le sembianze umane.
Teneramente allora essa si ricongiunge all'amato
poi migra sui lontani crateri della luna
dove depone uova che non si schiudono
ma lentamente mutano in fiori bianchi dal lungo stelo.

di Marco Campana

 


Aracne

Sono una umile figlia del popolo.
Mio padre, brav'uomo, tingeva la lana. Lavoro terribile, che mina il fisico e la mente. Le mani sempre immerse nell'acqua color porpora, a respirarne i fumi e gli odori.
Mia madre morì presto, forse di parto. Oh non si guarda troppo per il sottile qui da noi, un figlio all'anno e quando muore una moglie presto se ne riprende un'altra, una donna in una casa è necessaria.
Io ero diversa. Diversa diversa diversa!
Oh, io non avrei fatto un figlio all'anno, non mi sarei ammazzata di fatica, sempre con la pancia ingrossata e la schiena curva, di questo ero certa fin da piccolissima, quando la mia mamma per prima mi mise davanti al telaio: non lo raggiungevo se non su un alto sgabello, ma subito mi affascinò l'intreccio dei fili colorati e l'idea che vi si potesse disegnare qualsiasi cosa.

Assecondarono questa mia fissazione. Che altro potevano fare, d'altronde? I filati non mancavano certo, di figlie a servire in casa eravamo abbastanza. E così tessevo tutto il giorno, osservavo il mondo e lo traducevo in tela. Il giallo dei campi rigogliosi di spighe al vento, il rosso dei papaveri ondeggianti e timorosi, il blu del cielo terso e limpido, il verde dei prati dopo un acquazzone. E le figure umane, le più difficili, perché devi riportare sulla tela non solo il colore dell'incarnato, quel rosa semitrasparente dalle mille sfumature, ma anche l'espressione del viso, e il carattere, i pensieri, le idee, le emozioni.
Facevo e disfacevo, preda di una infuriata passione per la perfezione.

Gli anni passavano, le donne del popolo venivano a vedere le mie tele, meravigliavano e compravano, e ne parlavano con le amiche, le padrone.
La voce si sparse: diventavo famosa, così nota in tutta la Lidia, da ricevere commesse da Efeso, da Smirne, da Sardi.
Se mi montai la testa?
Ma si, che diamine! Ero considerata la migliore, venivo ricevuta dalla nobiltà di Colofone, ero famosa, osannata, idolatrata. Assistevano al mio lavorare giornaliero come a teatro, intervallando di esclamazioni raramente contenute il mio sferruzzare, il mio tessere.

Dicevano che la mia arte veniva dalla dea Pallade Atena.

La mia arte era perizia e capacità, e tantissima pratica, e passione infinita.
Non dalla dea Pallade Atena.

Divenni sfrontata: non sopportavo l'idea che le mie fatiche dovessero derivare da qualcosa all'infuori di me, che dovessi ringraziare una dea per le mie capacità, per la mia creatività, che avevo esercitato fin da piccola, con determinazione e tantissima applicazione.

Che venisse, dunque, questa dea, che si manifestasse dunque!

E venne.

Un giorno, funesto, si presentò una vecchia, ad ammirare la mia arte, a fare le voci, come le altre, un coro di “oh, ah, uh” che accompagnavano come un canto rituale il mio lavoro quotidiano.
E mi provocò, con infinita astuzia. Oh, ero sicuramente la più brava fra i mortali, lei era vecchia, aveva girato dappertutto, di questo era certa. Ma come potevo gareggiare con una dea? Questa idea era temeraria, dovevo chiedere perdono alla dea Atena.

Nella mia lucida follia oramai ero andata troppo in là. Le sue parole mi infiammarono: nessuno era superiore a me, io sola ero la più brava, la più capace, che venisse pure a sfidarmi, non avevo paura.

E venne.

La vecchia rilucette di luce e nell'abbaglio si trasformò: le vesti d'oro, i neri capelli lucenti, l'elmo e i calzari, altissima, fiera e infuriata. Era la dea Pallade Atena, bellissima e terrificante nel suo furore.

Era troppo tardi per tirarmi indietro: una folla assisteva al nostro duello.

Ci mettemmo ai telai: una di fronte all'altra. Io piccola insignificante mortale, le spalle curve, lo sguardo fiero e orgoglioso (ma un debole rossore di fuoco mi colse, inaspettato: mi trovavo pur sempre di fronte a un dio!). Lei magnifica, altera, incombente, seducente, sguardo infuocato, mento volitivo e un'energia eterna.

Lavorammo, e lavorammo e ancora e ancora, fino alla fine.

Oh, che capolavoro il mio: vi avevo messo tutta me stessa, la mia perizia tecnica e la mia fantasia, scegliendo i colori più adatti, le sfumature migliori. Rappresentai le donne ingannate dagli dei: Europa rapita da Zeus sotto forma di toro, Leda ghermita dal cigno, pioggia d'oro che bagna Danae, lembo di fuoco che accarezza Egina, il sinuoso serpente che avvolge Prosperpina. E ancora Nettuno e Apollo e Dioniso e Saturno. Dei stupratori, ingannatori, infidi.

Oh, non era meno del suo che aveva raccontato l'Olimpo, in cui ogni dio maestoso e grandioso vi era rappresentato nel momento delle sfide che li aveva consacrati definitivamente dei.

Non distoglievo gli occhi dalla mia tela, orgogliosa, felice. Non mi importava più della sfida, ero immersa nella realizzazione di tutti i miei sforzi: anni e anni di duro lavoro per arrivare alla perfezione. Si, perché era perfetto e nessuno, nemmeno la dea, poteva negarlo.
Era perfetto in ogni dettaglio e lo guardavo e lo rimiravo, incapace di staccare gli occhi, cercando nei minimi dettagli i possibili errori.

Arrivò da dietro, inavvertitamente: fece a brandelli la tela, distrusse il mio capolavoro e poi mi picchiò. Con ferocia, odio, disprezzo. Avevo vinto io e questo non lo tollerava!

La mia opera distrutta! Una vita per la perfezione assoluta, una vita intera di sacrifici e di fatiche, una vita di passione, e in un attimo distrutta!

Cercai una via di fuga al mio dolore: mi impiccai.

Ma la dea Atena non volle lasciarmi andare: la pietà non è parte di un dio. Mi sorresse e mi trasformò così, come mi vedete: un ragno schifoso, condannato a emettere una trama di fili sottilissimi a creare infiniti capolavori che un soffio di vento porta via in un attimo.

di Angela Catrani

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Antonia Ciampi. Il dono di Pallade

Un ragno di notte cuciva
Senza luce
Sopra un arco di bianco.
Fosse una gorgiera di dama
O il sudario di uno gnomo
Se lo spieghi lui.
La sua strategia
Era fisionomia
Dell’immortalità.
Emily Dickinson

ciampi © Antonia Ciampi. La pittura dà spazio al tempo 2006, nylon e vernice cristallizzante, cm 950x450, Tempietto del Bramante, Roma

La ragnatela è stato il primo oggetto di relazione fra me e Antonia Ciampi, che delle ragnatele fa l’oggetto della sua arte, o meglio, uno degli oggetti. Ho visto altri artisti interessarsi e subire il fascino di queste straordinarie architetture naturali, ma Antonia è stata una delle prime a tradurre questa fascinazione e nel suo lavoro si coglie una poesia e una profondità non comuni. Nel libro “Differente”, che racconta il suo percorso umano e artistico, dice come è stata catturata dall’incanto del ragno: “(…) mentre tessevo mi domandavo se fossi io il ragno o l’oggetto catturato dal ragno. Continuando sul solco di questa domanda irrisolta , ho realizzato altre ragnatele (…)”. La mia curiosità di capire come mai un’artista fosse spinta ad “imitare” il lavoro di un animaletto tanto piccolo e spesso disprezzato, trovò una prima risposta nell’espressione dell’artista del desiderio di disegnare il vuoto. Fu per me illuminante e trovai altre risposte nel contattare il suo lavoro.
La ragnatela è il luogo in cui si è soggetto passivo di una cattura e al contempo si diventa soggetto attivo per catturare gli altri, nel momento della realizzazione della propria ispirazione creativa. Sì perché l’artista con la realizzazione delle proprie opere non compie solo una manipolazione originale della realtà ma offre rivelazioni che, in quanto tali, sono accessibili a tutti e creano relazione. “L’arte è un atto di amore senza l’ipotesi di un ritorno” dice Antonia. E’ davvero così. Chi accetta la relazione beneficia di un dono, raro, in questo tempo avaro dove la mediazione o l’intermediazione raffredda il contatto e ne impoverisce le potenzialità elaborative. La ragnatela è la narrazione di una tessitura. Durante la tessitura accade qualcosa che rimane sintetizzato e fissato nell’opera.
L’artista attraverso l’opera restituisce il suo percorso creativo e consegna una porta di accesso alla molteplicità di significati e aspetti ivi contenuti e nascosti, per chi la vuole varcare. Un invito esplicito a farsi soggetto attivo della relazione a intraprendere una scoperta. Qui si trova il senso della cattura, perché la ragnatela è una trappola, sovente invisibile in natura, ma qui volutamente visibile per costringere l’osservatore ad accorgersi. L’oggetto viene ricontestualizzato attraverso la rielaborazione simbolica dell’oggetto stesso contaminato dalle emozioni, dai sentimenti, dalla visione dell’artista che lo restituisce somigliante a se stesso ma senza che sia più lo stesso. Un’esplicitazione e insieme riproposizione originale simbolica dell’oggetto. La presenza del ragno, essere corporeo, qui è solo traccia di una presenza, è puro respiro. In natura la ragnatela è un’architettura leggerissima, di stupefacente equilibrio e resistenza ma anche fragilissima. Non si vede se non quando svelata dalla luce o da altri elementi materici come l’acqua nel suo stato liquido o solido (il ghiaccio), ma per vederla in luce occorre essere in un taglio di luce preciso.
Una condizione che Antonia Ciampi rende permanente attraverso la materia e i materiali impiegati per mettere in luce le sue creazioni impedendo l’indifferenza. Il filo di nylon, il rame, il filo di lana, tutti resistenti ma malleabili, flessibili, con i quali tesse l’aria che diviene un contesto di galleggiamento, di presenza nell’assenza. Così si mette in luce il vuoto, si fa luce su un disegno sospeso che si materializza e prende forma, valorizzato dalla pittura con cristallizzante o dall’inserto di minuscoli cristalli, sortendo un effetto spiazzante, di stupore e di intensa poesia.
L’impatto poetico e la forza evocativa dell’oggetto creato trattiene l’osservatore portandolo a misurarsi con un paesaggio che nella sua esteriorità parla all’essere interiore, che è labirinto, concetto di equilibrio, rete e congiunzione di nodi, passaggio e sede di luce, passaggio e nel contempo prigione, due situazioni apparentemente antitetiche che qui convivono e si rivelano senza scindersi, in una unione che allude al ciclo mandalico della vita. “La ragnatela è la storia della nostra vita, è un tessuto di relazioni che si possono aprire e chiudere, relazioni che si cancellano e che si possono riscrivere”. E le ragnatele di Antonia sono respiro nell’aria, il palpitare della dimensione infinitamente piccola della vita, la sua leggerezza, ma sono anche il dolore e l’angoscia della preda senza scampo imprigionata in un cuscino avvolto nell’intreccio dei fili e ancora sono la possibilità di uno spazio cosmico suggerito dai fili in rilievo appoggiati sulla fitta trama di uno spazio circoscritto pretestuosa base di una tensione. La vita appunto. In definitiva il percorso da sempre e per sempre indagato ed esplorato da noi umani nella reiterazione del mito di Aracne, trasformata in ragno da Pallade per averla sfidata e coinvolta in un’impresa proibita e condannata a tessere la sua tela e a disfarla (come i ragni fanno) all’infinito. Il mito, immortale, viene reiterato attraverso le nostre esistenze, ci nomina eredi di un’origine che ci ricorda, incessante, la nostra natura, l’essenza impermanente della vita e le possibilità evolutive che l’impermanenza ci offre. Antonia Ciampi in/consapevole interprete sensibile e profonda, silenziosa e poetica crea, con la sua arte, la fisionomia dell’eterno errare umano riproducendo una domanda originaria il cui progetto non prevede risposta. Così l’arte non è più solo di chi la crea, si fa cultura, storia collettiva e diviene luogo e riferimento comune del percorso umano.

di Virna Gioiellieri

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