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rivista d'arte
Iscritta nel Pubblico Registro della Stampa
del Tribunale di Rimini: n° 11 del 24-05-2011
ISSN: 2239-0898






INDICE

Aracne#1/2012

Artisti fuori

EDITORIALE
di Sara Ugolini

Intervista a David Maclagan
di Marta Cannoni

INCONTRI
Alla ricerca di Pellegrino Vignali
di Egon Hassbecker e Barbara Schulz

Artisti outsider cercasi
di Chiara Delledonne

(NEW)
Costruttori di Babele in Veneto. Avventura di una corrispondente
di Giada Carraro

IN MOSTRA
Appunti su Capogiro
di Juan Carlos Ceci

(NEW)
Il Museo della Mente
di Pompeo Martelli

TANGENZE
Una concomitanza enigmatica
di Jean-Jacques Lebel

Topografie di Babele
di Gabriele Mina

ALTRI LINGUAGGI

(NEW - ottobre 2013)
Cartoline dal folclore contemporaneo: l'opera di Giulio Zani
di Sara Ugolini

(NEW)
Animali reali e immaginari. Il bestiario universale di Pasquale Filacchione
di Giulia Pettinari

Gli scritti manicomiali associati all’art brut: dalla forma-sintomo alla specificità
di Vincent Capt

OUTSIDERS: difformi e deformi d’ogni epoca e sorte
di Stefano Bianchi e Federico Savini

 

EDITORIALE

ARACNE#1/2012
Artisti fuori


Di Sara Ugolini

Di percorsi marginali, pratiche di sconfinamento si è già discusso in relazione alla fotografia nel primo numero della rivista. In ARACNE#1/2012 questo interesse prende quasi la forma di una vocazione, occupandoci di artisti che sono fuori. Fuori, ad esempio, dal sistema e dal mercato dell’arte ufficiale. Ma a dire il vero, considerando l’isolamento e l’esclusione a cui sono costretti oggi molti artisti cosiddetti “integrati”, non è questo il tratto distintivo dei personaggi su cui ci soffermeremo. Fuori allora, soprattutto, da un percorso formativo canonico e fuori per l’estraneità a generi e orientamenti stilistici consolidati. Fuori anche dal punto di vista dei luoghi e degli spazi, dal momento che la loro pratica artistica si sviluppa spesso dove non ci si aspetterebbe di trovarla. Fuori infine, per la gratuità e l’accanimento nel loro operare, rispetto al tipo di sensibilità e comportamento socialmente più diffuso.
Bianca Tosatti, che nei primi anni novanta del secolo appena trascorso ha importato in Italia l’interesse per la creatività degli “artisti fuori”, ha scelto come espressione per definirla “arte irregolare”. Nel mondo anglosassone si continua a parlare di “outsider art”. Con il nostro titolo l’attenzione si focalizza sugli autori, non tanto per esprimere una precisa presa di posizione sulla centralità della dimensione biografica a scapito delle opere ma perché è dagli artefici che la maggior parte degli articoli che proponiamo prende le mosse.
Del resto l’autonomia delle opere outsider dalla biografia dell’autore e tutto ciò che riguarda l’arte irregolare subisce una periodica messa in discussione. Non soltanto le implicazioni e i limiti delle definizioni ma il fatto stesso che etichette esistano e vengano applicate. Così, accanto a chi pensa che debba essere riconosciuta una specificità e una terminologia apposita per questo contesto espressivo, c’è chi dichiara l’esigenza di annullare le barriere, anche nominali, tra produzioni insider e outsider, facendo appello all’arte contemporanea come categoria sufficiente a includerle entrambe.
Su questa e altre questioni, ovvero sullo statuto problematico dell’outsider art, interviene David Maclagan intervistato da Marta Cannoni.
La prima sezione del numero riguarda l’incontro con alcuni artisti irregolari. L’esigenza stessa di raccontare queste storie tradisce un aspetto peculiare degli autori outsider: l’ansia di riconoscimento tendenzialmente è loro estranea. Di questi incontri sappiamo che possono avvenire in modo fortuito, o più spesso, come raccontano Egon Hassbecker e Barbara Schulz, partendo da segnalazioni o pochi frammentari indizi, e ancora attraverso ricognizioni più o meno sistematiche promosse sul territorio (Artisti outsider cercasi di Chiara Delledonne).
La seconda sezione si concentra sull'esperienza di un Museo: Juan Carlos Ceci, responsabile delle attività espositive presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Marino, racconta motivazioni e aspettative nell’ospitare, per la prima volta e parallelamente all’uscita di ARACNE#1/2012, una mostra che intreccia produzioni marginali e arte riconosciuta.
Di creazioni plastiche e delle loro tangenze con le produzioni culturali e le tradizioni rappresentative di un luogo parlano Jean-Jacques Lebel e Gabriele Mina nella terza sezione. Il primo soffermandosi sui manufatti realizzati dai soldati in trincea durante la Prima guerra mondiale e sulla loro “enigmatica concomitanza” alle pratiche dell’avanguardia dadaista; il secondo sull’eremo – così simile ai Sacri Monti di Pietà diffusi in Italia – a cui un artigiano votato al misticismo ha dato forma in Toscana nei primi decenni del Novecento.
La sezione successiva riguarda i linguaggi espressivi, oltre le arti visive, in cui si ritrovano le forme e i modi dell’irregolarità così come intesa all’inizio: la scrittura, indagata da Vincent Capt attraverso gli écrits conservati presso la Collection de l’Art Brut di Losanna e l’ambito musicale, nel quale ci ricordano Stefano Bianchi e Federico Savini, di irregolari ce ne sono e tanti.
ARACNE si chiude con due articoli che illustrano, partendo da situazioni molto diverse, modalità quasi antitetiche di accesso alla creazione estetica. Il primo, di Alberto Cavaglion, racconta l’urgenza espressiva di un ragazzo neanche adolescente che nel 1945, appena scampato al campo di concentramento di Auschwitz, si mette a disegnare; nel secondo Matteo Guarnaccia si sofferma sull’indigestione come mezzo sperimentato da molti autori mainstream per stimolare la creatività e indurre sogni funzionali al proprio oggetto poetico.
Guarnaccia smonta i topoi letterari sulla “sacralità” del processo di creazione dell’opera d’arte riconducendo la genesi di quest’ultima alla sfera fisiologica ma si pone, indirettamente, anche all’interno del dibattito sull’outsider art. A conclusione del suo testo viene da chiedersi se sia lecito affermare che anche molti artisti riconosciuti attraversino fasi o indugino talvolta in pratiche spudoratamente irregolari o se invece considerare la sua testimonianza come uno dei tanti indizi rilevanti che, in fondo, la distinzione tra outsider e insider proposta all’inizio è soprattutto strumentale.

Sara Ugolini è professore a contratto presso la scuola di Specializzazione in Beni Storico Artistici dell'Università di Bologna. Si è occupata della rappresentazione artistica del corpo e attualmente soprattutto dello studio e promozione dell'outsider art. Tra le sue pubblicazioni Nel segno del corpo. Origini e forme dell'autoritratto "ferito", Liguori, Napoli 2009.

 

 

Intervista a David Maclagan
di Marta Cannoni

David Maclagan si occupa da anni delle tematiche connesse all’outsider art, ha pubblicato numerosi articoli sull’argomento ed è autore del libro “Outsider Art. From the Margins to the Marketplace” edito da Reaktion Books, la cui lettura ha ispirato alcune delle domande presenti nell’intervista. Le sue molteplici esperienze in questo ambito, in qualità di artista, arte terapeuta e docente universitario in Yorkshire, rendono il suo punto di vista particolarmente affascinante. Partendo da questa prospettiva ampia e, al tempo stesso, inusuale, Maclagan ci fornisce un’analisi dei nodi teorici fondamentali per una comprensione iniziale del concetto di outsider art, dei suoi sviluppi più recenti in relazione al panorama dell’arte contemporanea e delle sue interazioni con le pratiche dell’arte terapia.

Come ha avuto inizio la sua esperienza nel campo dell’outsider art?
Mentre studiavo storia a Oxford sono rimasto affascinato dal surrealismo, una fascinazione in parte correlata ad un interesse più ampio per le produzioni artistiche singolari (come il Palais Idéal di Ferdinand Cheval).
In seguito, mentre studiavo pittura al Royal College of Art, a metà degli anni ’60, mi misi alla ricerca di produzioni creative “fuori dagli schemi” e acquistai un libro intitolato “Though This Be Madness” (Thames & Hudson, 1961), che analizzava diversi artisti psicotici (inclusa Aloïse). Questo interesse per l’arte e la malattia mentale è riapparsa più tardi, durante il periodo di formazione come arte terapeuta, mentre lavoravo in grandi ospedali psichiatrici.

A suo parere quali sono le caratteristiche più toccanti delle produzioni outsider rispetto a quelle più tradizionali?
E’ interessante che tu stia usando la parola “toccanti”, perché spesso il pathos deriva dallo scarto tra l’intensità del lavoro e le condizioni marginali in cui talvolta gli artisti outsider vivono e operano (Martin Ramírez è un buon esempio: un paziente con un disagio mentale costretto per anni a nascondere la sua sorprendente produzione artistica prima che fosse scoperto [il suo talento n.d.r.]). Troverei difficile descrivere ad esempio il lavoro di Adolf Wölfli o di Augustin Lesage come “toccante”: talvolta c’è un sentimento strano e remoto connesso all’outsider art, anche se ovviamente un certo tipo di outsider art è disperatamente e dolorosamente espressiva...


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