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rivista d'arte
Iscritta nel Pubblico Registro della Stampa
del Tribunale di Rimini: n° 11 del 24-05-2011
ISSN: 2239-0898





INTERVISTE
a cura di Lorella Barlaam



intorno ad Aracne
Isabella Bordoni

Tra il limite e il superamento, uno scatto
Silvia Camporesi

Io sono ciò che mi circonda
Dacia Manto

Io sono una stella
Melina Riccio intervistata da Gustavo Giacosa

Assenza, più acuta presenza
Maurizio Giuseppucci

Il libro circolare.
Una conversazione continuamente interrotta

Antonio Marchetti

 
 
 

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INTERVISTE
A cura di Lorella Barlaam

Intorno ad Aracne
Intervista a Isabella Bordoni


“e tessere tra loro ombra e luce ombra e luce ombra e luce quanto basta”

«C’è un luogo dove lo sguardo annunciato come teorema/si pronuncia in canto». Nel catalogo di Aracne, questo «pensiero luogo» è “Lì dove l’ombra appare” (2004), contributo poetico di Isabella Bordoni. Poeta, autrice e interprete, artista visiva e sonora, Isabella con i suoi versi ci porta sulla soglia oltre la quale c’è «il disvelamento di un mistero che ripropone irrimediabile l’enigma».

Isabella, la voce poetante si chiede: «Come potrò vivere senza una mitologia?» Qual è la soglia che riusciamo a varcare solo con la guida di figure come Aracne?
«Avevo la metà degli anni di oggi quando conobbi James Rosen. Jim era ed è un pittore formidabile. Lavorava con varie tecniche: acquarelli, matita, olio e quando dipingeva con colori ad olio su tela usava una particolare emulsione composta da cera e olio. I soggetti dipinti e la materia stessa del colore, si ispiravano e insieme rendevano omaggio alla storia dell’arte europea e alla tradizione della pittura a soggetto religioso. Jim era un superbo osservatore. Un osservatore contemplativo. Trascorreva giorni, mesi, di fronte a un quadro prima di affrontarlo nel suo studio. Jim dipingeva la luce. Per farlo, applicava sulla tela una serie di velature, strati leggerissimi di velatura che sovrapponevano trasparenza a trasparenza; fino a sessanta strati di velo per ottenere la luce. E sotto, sotto il velo, la storia dell’arte. Le velature consegnavano al dipinto un ulteriore sistema prospettico, profondità dello sguardo e tempo, tempo per vedere, il tempo della visione per cogliere - nella luce - la forma e la sostanza. Di cosa? Di una Pietà, di una Natività, di un Volto. Insomma, della vita. Via via che lo sguardo si aggiusta alla visione, compaiono le scene. L'immagine esce dall’ombra e entra nella luce.


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Tra il limite e il superamento, uno scatto
Intervista a Silvia Camporesi


«Per me la fotografia è uno strumento per mettere sotto vuoto le idee.» Così, fulminea, Silvia Camporesi, artista che vive e lavora a Forlì e dal 2000 ha esposto in numerose mostre in Italia e all’estero, ottenendo prestigiosi riconoscimenti, ci fa entrare nel vivo del suo percorso. Attraverso i linguaggi della fotografia e del video Silvia costruisce racconti, tessendo mito, letteratura, realtà quotidiana e metafisiche aperture all’oltre.
«L’uso che faccio della macchina non è quello classico, nel senso che non mi interessa cogliere il momento decisivo di una particolare scena, poiché nella scena tutto è studiato e composto, ogni elemento è sotto controllo e il momento decisivo non esiste» continua Silvia. «Il processo artistico parte da lontano, lo scatto è solo l’atto finale di una serie lunga di passaggi. Inizialmente c’è un’idea nata quasi sempre da un testo, un progetto di lavoro ampio che prende forma e si divide in sottoinsiemi: ognuno di essi diventerà una fotografia o un video. Dal momento in cui ho gettato le basi del progetto procedo come se si trattasse di un film, scrivo una piccola sceneggiatura per ogni immagine, realizzo uno storyboard e proseguo alla ricerca di tutto il materiale che serve alla creazione dello scatto. L’atto del fotografare di per sé ha una piccola percentuale sulla “fatica” dell’intero processo e a conti fatti è solo il compimento di un lungo percorso.»
Per “Aracne. Respiro dell’anima”, Silvia Camporesi ha scelto alcune immagini dell’opera “Stato nascente” (2008). Un “retablo” del «venire al mondo» vegliato dalle parole di Rainer Maria Rilke: «Nasciamo per così dire, provvisoriamente da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente.»

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Io sono ciò che mi circonda
Intervista a Dacia Manto


«Nelle opere di Dacia Manto, un mondo si apre allo sguardo ammaliato di chi lo percorre e si viene misteriosamente coinvolti e avvinti nell’intricato e complesso, profondo e denso intreccio dei grandi disegni». Così Rosita Lappi nel catalogo della mostra “Respiro dell’anima” racconta il lavoro dell’artista milanese. Un «interrogarsi che si fa corpo» attraverso opere raffinate, sottobosco misterioso che nasce cresce si disfa, metamorfosi organica che lascia barlumi fosforici. «Addentrarsi tra i miei lavori» risponde Dacia Manto, quando le chiediamo di accompagnarci dentro al suo studio d’artista, «è forse ripercorrere il tracciato del mio sguardo, che tenta un avvicinamento lento alle cose. È un necessario aggirarsi nel vuoto, nel tentativo di afferrare dettagli conosciuti. “Lo spazio è un dubbio, devo continuamente individuarlo”, ha scritto Georges Perec. È in quel vuoto, in quel buio, in quella voragine che si spalanca, in quel territorio ai margini che si situa l’opera. Ogni lavoro è per me un tentativo di conoscenza, di avvicinamento, un interrogarsi che si fa corpo attraverso ombre, tracce, riflessi. I disegni sono mappe, specchi, territori nuovi ed ambigui.»

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Io sono una stella
(e le stelle si muovono)

Melina Riccio intervistata da Gustavo Giacosa

Melina Riccio nasce l’11 aprile 1951 ad Ariano Irpino (Av). Fino all’età di 33 anni conduce una vita comune occupandosi del marito, dei suoi tre figli e lavorando come modellista. Nel 1983 presenta alla fiera MACEF una sua realizzazione, un copriletto dipinto a mano con abat-jour e tende coordinate.
L'incontro con i possibili acquirenti, preoccupati solo del profitto, le svela «il marcio del mondo interessato solo al guadagno.» La delusione subita in questa esperienza, vissuta in un periodo di serio affaticamento, causato dall'intenso lavoro e dalla cura dei tre figli piccoli, provoca un esaurimento nervoso, in seguito al quale viene ricoverata in un reparto psichiatrico.
In ospedale chiede aiuto a Dio, non vuole più vivere in una società «che per colpa dei soldi non sa apprezzare le cose belle ed il lavoro delle persone.» Riconosce il segnale atteso in una mela marcia abbandonata. La sente vicina a sé per via del suo marchio, MELINA e perché vede se stessa come «mezza marcia e mezza buona», scartata dalla società come quella mela gettata via.
Decide di fare un patto con i frutti della natura: «Voi mi date la forza io vi do la vita.» Brucia allora i suoi soldi e sentendosi chiamata da Dio lascia la famiglia per andare alla ricerca della verità. Sente che se riuscirà a proteggere la natura, proteggerà anche i suoi figli.

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Assenza, più acuta presenza
Maurizio Giuseppucci

Nella parola absentia il sum è stornato dall’ab che marca l’allontanarsi da un punto. Una partenza, ancora un essere ma altrove. E’ in absentia che nascono metafore. “In absentia” nel 2008 era il nome del progetto di Maurizio Giuseppucci per le pagine immateriali di “Rapporto Confidenziale”, rivista di cinema on line: quattro dittici che coglievano “le immagini cinematografiche nel loro disfarsi”, icone dell’evanescenza della memoria, dell’impermanenza dell’essere. “In absentia” - oggi - è il titolo della mostra antologica che ci accoglie nella Wunderkammer dell’artista riminese, luogo in cui l'aura sottratta viene restituita, si legge e si vien letti, pietas e Beruf si trovano accanto. Due momenti diversi, in tensione dialogica attraverso il tempo. Lo stesso titolo. Un’indicazione polisemica che, raccogliendo le suggestioni etimologiche (l’allontanarsi crea il vuoto che attrae altro significare?) sembra alludere al contempo al significante, all'autore, al soggetto, al corpo evocato attraverso l'ombra e il simulacro, alla nostalgia d'infanzia, all'essenza stessa del ritratto, della fotografia, del fotogramma... «in absentia è un’espressione giuridica utilizzata nel mondo anglosassone e si riferisce in particolare allo svolgimento di un processo, alla possibilità di esprimere un giudizio, emettere una sentenza in assenza dell’imputato» chiosa Giuseppucci.

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Il libro circolare.
Una conversazione continuamente interrotta

Antonio Marchetti
A cura di Lorella Barlaam

Sta scendendo le scale della Biblioteca Gambalunga, Antonio Marchetti, mentre salgo a restituire alcuni libri presi in prestito. Fuori c’è il sole, è una di quelle giornate di settembre in cui la luce è come vino, leggero l’andare.
La Biblioteca per me è luogo di incontri benedetti con pagine e persone.
Sarà così anche oggi.
Gli chiedo cosa stia facendo, è tanto che voglio raccontare delle sue opere ma lui (con pudore d’artista vero) ama invece tenerle nell'ombra al riparo dal tutto rivelato.
Antonio vive da anni a Rimini – in cui espone/si espone di rado -­ restando un abitatore di confini.
Non solo per l’erranza che lo ha portato negli anni a «fare più traslochi di Beethoven», come sorride lui. Ma per l’arte sua che, non curando il gioco autoreferenziale e la barocca meraviglia, ricerca quel «pensiero che si muove precisamente nello spazio estetico, mettendo in tensione concetto e immagine, logos e narrazione, essere e temporalità» che Franco Rella ci ha raccontato in “Interstizi”. «Qualcosa» che, appunto, «vibra su un confine», nutrita da uno sguardo che si mantiene dentro/fuori dal genius loci.

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