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rivista d'arte
Iscritta nel Pubblico Registro della Stampa
del Tribunale di Rimini: n° 11 del 24-05-2011
ISSN: 2239-089898







RASSEGNE ARTE E TERRITORIO

 

CRISTALLINO Luoghi per le Arti Visive / 5ª edizione

settembre - ottobre 2017

FELIX SCHRAMM
GRAZIANO SPINOSI
LEONARDO BLANCO

 

 

2016 - 2017

CRISTALLINO LUOGHI per le arti visive
IN STUDIO 2016 - 2017

VERTER TURRONI / ERICH TURRONI

MARCANTONIO RAIMONDI MALERBA
GIORGIA SEVERI

ANDREA SALVATORI
FRANCESCO BOCCHINI

 


Totally Lost 2016 - Forlì

Cristallino 2016
MUSAS Santarcangelo
Luoghi per le arti visive

Germinal
Savignano sul Rubicone

Cristallino - 2016
MUSAS
Roberto Paci Dalò

Souvenir d'Amerique
Cristallino - 2016
MUSAS Santarcangelo

BIENNALE DEL DISEGNO - Rimini

RIU - nuovo spazio di ricerca per la fotografia - Rimini

Cristallino
MUSAS Santarcangelo
novembre 2015 - aprile 2016

 

2015

Il Cantiere Artistico
Mir Mar di S. Mauro Pascoli
ottobre - novembre 2015


 


 

 

 
 

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ARTE E TERRITORIO

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CRISTALLINO Luoghi per le Arti Visive / 5ª edizione
settembre / ottobre 2017

 

 


FELIX SCHRAMM - Solo Show
In-Studio

Domenica 24 settembre h 17.30
Opening gallery Corte Zavattini, 31 - Cesena
Performance Aga

Schramm 1

di Marcello Tosi

CESENA. Al centro degli eventi della 5. edizione di “Cristallino luoghi per le arti visive” si pone oggi (24 settembre) l’inaugurazione di “Corte Zavattini 31”, un nuovo luogo per le arti contemporanee, centro multidisciplinare e insieme  grande spazio espositivo, dedicato alla ricerca e alla concreta pratica artistica, coordinato da Calligraphie.
Il via sarà dato alle 18 dall’apertura al pubblico (fino al 17 dicembre, ingresso libero) della prestigiosa mostra “Solo show”, dedicata all’affermato artista tedesco, che ha all’attivo numerose personali e collettive presso prestigiosi musei e gallerie internazionali (Palazzo delle Papesse - Centro arte Contemporanea, Siena; Hamburger Bahnhof Museum für Gegenwart, Berlino; Museum of Modern Art, San Francisco; Palais de Tokyo, Parigi; Kunsthaus Baselland, Basilea). Le sue opere sono inoltre presenti in importanti collezioni pubbliche e private, come Berkeley Art Museum, Museum of Modern Art di San Francisco, Hort Collection a New York.
L’inaugurazione del nuovo centro cesenate costituisce il momento centrale del programma della nuova stagione del Festival Cristallino, raccogliendone le intenzioni sperimentali e il percorso effettuato in questi ultimi anni.
Una proposta, quella del lavoro di Schramm, suggerita anch’essa dal tema guida di questa edizione del festival, dedicato alla dialettica tra spazio fisico e spazio della rappresentazione, compresi tutti i segni, tutte le traiettorie che questo binomio è in grado di evocare. Se la prospettiva è, etimologicamente, un vedere attraverso, la pratica artistica di Schramm si propone come un attraversamento dei confini spaziali, sottolineando quella impossibile coincidenza tra l’oggettività misurabile di uno spazio e l’insieme delle percezioni che abbiamo di esso. E il materiale primario usato dall’artista è l’ambiente stesso.

immagine Scchramm


Fulcro del progetto espositivo sarà l’installazione (ma sarebbe meglio dire, l’archi-scultura, perché trattasi di un complesso scultoreo che interagisce con il volume architettonico della galleria) “Spatial intersection”. L’opera, realizzata in legno e frantumi di cartongesso, si incunea nello spazio circostante come una frattura, incrina il reticolo cartesiano di una prospettiva solida e unidirezionale, disorientando lo spettatore e spingendolo a orientare secondo diverse coordinate il proprio sguardo.
La mostra si completa con altre due installazioni parietali e la serie dei “Multilayer”, ciclo di collage che ancora una volta reinterpreta in senso spaziale il lavoro scultoreo dell’artista. Anche in questo caso assistiamo a una ristrutturazione dello spazio, al tentativo di suggerire nuovi ordini del circuito prospettico, attraverso l’accumulo, l’assemblaggio e la manipolazione di frammenti fotografici che ritraggono i suoi lavori tridimensionali.
Schramm perché si è posto alla ricerca di questa particolarissima visione dello spazio, come per dare alla scultura  molteplici possibilità di lettura?
‹‹Occorre che ci sia un‘interruzione della continuità spaziale. Così lo spettatore è costretto a riorganizzare la vista››. 

opere Schramm


In che maniera cambia il rapporto opera-spettatore?
‹‹Ogni spazio è come un palcoscenico, dove si può fare accadere quasi tutto. È la realtà che realizza l’esposizione. Come scrisse il poeta e drammaturgo Heiner Muller: “se l’arte è integra allora tutto è possibile”››.
Un’espressività di pieni e vuoti in cui l’essenza umana si carica di teatrale drammaticità, e idea dell’immagine nata dall’accumulo di più prospettive e  più punti di vista. L’effetto prodotto rivoluziona del tutto gli spazi che lo ospitano, in cui il materiale primario usato dall’artista è l’ambiente stesso. Il pubblico, allora, non solo si trova costretto a muoversi e analizzare le diverse prospettive, ma anche a confrontarsi con l’impatto visivo di quella che sembra la conseguenza di un disastro naturale. I volumi instabili e frammentari delle installazioni, inoltre, oltrepassano i confini dello spazio fisico dell’esposizione e quindi del campo visivo dello spettatore, innescando inevitabilmente una forte curiosità e un desiderio di sapere cosa accade al di là delle pareti bianche e neutre della galleria. Tutta la mostra si rivela soprattutto come una messa in scena, un gioco altamente calibrato di positivi e negativi, pieni e vuoti, reale e fittizio. E mi domando se non sia il vuoto a richiedere un gesto di aprire questo doppio di qua e di là dal muro››.

artista SChramm


Perché l’impatto visivo appare come quello che consegue a un disastro – chiediamo ancora all’artista amburghese - a una calamità naturale che ha prodotto macerie scomposte e colorate?

‹‹È una sorta di ribaltamento dello spazio costruito nei secoli, e amo lavorare con colori ricavati da materiali di recupero che sono già sul luogo. Il disastro, il detrito, svelano un fatto prima astratto, ma che poi fa nascere un terreno nuovo da esplorare››.

Il piano estetico e quello formale si equivalgono per importanza nella sua opera?

‹‹Le mie idee partono da riflessione e misura della spazialità, ma si sviluppano solo in un processo. Come nei collage “Multilayer”, con foto di diversi progetti che ho sovrapposto e mutato in nuove prospettive, che con la mente non avrei potuto raggiungere››.  

 

 

 

 

 

GRAZIANO SPINOSI
In-Studio

Domenica 17 settembre, ore 18
Performance Mauro Gazzoni Trio, ore 19

Via San Giovenale 86, Viserba Monte (RN)

atelier Spinosi

di Marcello Tosi

Un filo d’arte tra i più diversi materiali crea nuova arte. Graziano Spinosi è il protagonista del secondo appuntamento di “Cristallino In-Studio” il 17 settembre al suo atelier di Viserba Monte (v. S. Giovenale 86). All’intervento critico di Roberta Bertozzi (alle 18) farà seguito alle 19.30 la performance del Mauro Gazzoni Trio. 
“Da bambino, ha scritto l’artista bolognese che vive e lavora a Londra e Santarcangelo, costruivo teatrini e piccole automobili con materiali di scarto trovati per strada: legnetti, fili di ferro ossidato, cartone. Era bello questo gioco e mi perdevo, nessuna colpa ne violava l’incanto. Trascorrevo intere giornate mettendo insieme questi materiali poveri. Un filo di spago legava le ali di cartone d’un piccolo aereo alla sua fusoliera e l’aereo volava lontano. Nello studio in cui lavoro oggi ci sono gli stessi materiali e mi perdo anche ora, come allora, pur coi limiti dell’età adulta”.
E “Materials” ha intitolato la sua recente mostra veneziana, alla Galleria Santa Maria Novella con testi di Raffaele Gavarro e Stefano Benni. ‹‹Non so più avere l’abbandono che hanno i bambini, ma per tentare di provocarlo comincio sempre dal materiale, senza fretta, giocosamente. Mi accosto a un materiale cercando di ascoltare quel che ha da dire. Mi piace dire un materiale per dire solamente quel materiale. Anche questo può bastare. Il cartone è… il cartone, arido e polveroso, voce rauca, l’acqua lo smembra, il fuoco lo consuma. È bello così, è bello anche per questa vulnerabilità. L’acciaio è nervoso, austero, affidabile. Il ferro è buono, infaticabile, remissivo. La plastica spesso è incompresa. Non è bello che la plastica diventi finta-pelle, finto-legno, finta-plastica. Pur essendo un materiale sintetico ha la fierezza di quelli naturali››.

spinosi opere


Spinosi, perché matrice e risultante della sua sintesi espressiva è l’elemento del filo, soprattutto il filo di ferro, con cui realizza le sue “foreste”, i suoi “nidi”, ai quali  fa assumere la forma di un bozzolo, di una crisalide?
‹‹Perché la distanza che separa due punti è anche il filo che li lega. Bisogna accostarsi silenziosamente ai materiali, parlano loro. Il legno emette suoni che somigliano a quelli del pane. Anche l’acqua è un materiale. Così pure gli alberi, le stelle, una strada. Il respiro, la memoria, l’orizzonte e la nostra esistenza tutta, sono materiali››

Opere che fanno rinvenire azioni, rileva Roberta Bertozzi, che implicano in maniera quasi arcana il tempo di una durata: filare, intrecciare, tessere, annodare…
‹‹L’infanzia in Romagna mi ha permesso di appartenere alla cultura contadina: il rapporto empatico con le stagioni e gli animali, i riti del lutto e della festa, le fasi lunari e le superstizioni. Tutto ciò che serviva alla sussistenza quotidiana veniva fabbricato con le mani. Ho imparato questa pazienza antica come s’impara un alfabeto. Ho compreso che uno tra i beni più grandi dell’infanzia è la capacità di partecipare a ogni istante. È anche l’insegnamento più autorevole che abbia mai ricevuto››.
Forma e non formalismo è il termine per una lettura corretta del suo ostinato oggettivare. Sculture, Nidi e Foreste Libri e Nature Morte, Santi pennelli, sino alle numerose Patocche, aspirano alla mimesi, cercano di essere oggetto. Ma anche questo è ciò che inizialmente appare. Poi, a lettura approfondita, ci si accorge che il suo racconto passa attraverso il piacere di un modellare e tentare i diversi materiali; quindi all'interno del sistema scultoreo, ancorché egli eviti i materiali tradizionali, preferendo quelli del linguaggio delle avanguardie.

Perché ha chiamato “koan”, ovvero nel pensiero Zen, “cantare insieme”, come in un’armonia universale, le sue tessiture di materiali diversi?
‹‹La società postindustriale ha trasformato gli esseri umani in consumatori – di beni che soddisfano l’avidità di altri. Bisogna crescere sempre, anche a scapito dei più deboli, come se le risorse del pianeta fossero senza fine.  Invece sarebbe ora di smetterla con l’obsolescenza programmata: Morandi seppelliva i suoi pennelli in giardino quando erano consunti. Può sembrare una bizzarria, ma si tratta di un atto d’attenzione verso gli oggetti che accompagnano la nostra esistenza››.

patocche di Spinosi


Gli spazi del suo atelier, distinti e comunicanti tra loro, ospitano opere di altrettanti periodi: dalle scarpe degli anni novanta, realizzate coi più svariati materiali al Pastificio Cerere di Roma e dedicate a maestri dell’arte, della danza e della letteratura, alle opere ferrose di grandi dimensioni degli anni duemila, fino alle attuali, realizzate con materiali naturali come il rattan e la cera d’api.

Queste sue arcigne calzature sculture chiamate “Patocche”’, a quale cammino vogliono ricondurre?››

‹‹Negli anni Novanta ho fabbricato numerose decine di scarpe, tutte in cammino verso coloro che sono stati e continuano a essere i miei maestri. Per dire grazie››

In che maniera il suo lavoro si trasforma in rapporto diretto con l’atelier?
‹‹Con gli anni l’atelier può diventare l’opera più consistente: macchie d’ogni colore, attrezzi stanchi o ancora esuberanti, pennelli anziani e spettinati, mura che conservano impronte. Talvolta penso che l’arte non sia che uno sbarramento edificato dall’uomo per contrastare la supremazia del tempo. Anche i vizi hanno la stessa origine religiosa››.
 

 

 

 

LEONARDO BLANCO
In-Studio

Domenica 3 settembre, ore 18
Performance Moro & the Silent Revolution, ore 19

Via Ponte 17 - Ponte Verucchio (RN)

studio

di Marcello Tosi

Leonardo Blanco inaugura l’edizione autunnale di “Cristallino In-Studio”, il 3 settembre nel suo studio verucchiese. L’intervento critico di Roberta Bertozzi (ore 18) precederà la performance di Moro & the Silent Revolution (ore 19).
Gli esordi del percorso artistico del pittore sammarinese nato a Santarcangelo, sono fortemente radicati nella tradizione di maestri locali, salvo poi avventurarsi gradualmente in altri territori, esplorando in maniera densa e nel contempo rarefatta la condizione emotiva dell’uomo contemporaneo.
Blanco è un sorprendente disegnatore passato all’astrazione con una scelta coraggiosa e, in qualche modo, anche impopolare. Rivendica con forza il suo individualismo e la libertà di muoversi in una prospettiva che ancora oggi non riscuote troppi consensi.
“La sua è l’esperienza di una visione – ha scritto Roberta Bertozzi illustrandone l’opera in “Dentro la zona” – e di una  concertazione spaziale, attraverso una pratica intesa a istituire una visibilità ‘pura’ del reale, scevra di condizionamenti prospettici.  La nostra partecipazione visiva a una ipotesi di spazio mediante quelle tecniche che hanno scatenato una sovversione della unidirezionalità dello sguardo, uno strappo nella ‘camicia di forza’ della prospettiva”.
A Luigi Meneghelli i suoi dipinti appaiono: “non sono desolatamente informali, né elegantemente geometrici, ma neppure arrogantemente evocativi. Sembrano, anzi, spingere l’immagine quasi a complottare contro se stessa, a disubbidire a tutte le sapienze, ad atteggiarsi sempre in nuove fogge. E’ come se l’artista invece che mirare ad essere identico a se stesso fino alla manìa, cercasse di essere continuamente diverso come un guitto, che nasconde il volto dietro maschere capricciose”.

studio


Blanco, fondamentalmente, sposa queste strategie, zone vacue, neutrali, che si svincolano dal diktat del reticolo cartesiano; alternando dei moduli spaziali che, seppur compressi entro una cornice, dirottano drasticamente verso una fluidità priva di margini, aleatoria, e soprattutto, senza spessore, simile a una colata di resina. Una materia specchiante, la cui funzione è quella di trasportare, di includere lo spettatore nell’identico processo di fusione, come in uno spazio ultimativo, di agnizione interiore. 
Estese energiche vibrazioni cromatiche, per Roberto Daolio, atte a condensare nell’assorbimento luminoso le tracce di una mutua condizione esistenziale e formale. La sua tensione tutta mentale, assecondata e seguita nel fluire di una scrittura residuale e al tempo stesso calligrafica, ha modo di coniugare e di perseguire la sostanza preziosa di un segno perentorio e misurato sulla forza sintetica del gesto. Fino al punto di accostare piani contrapposti e mediati, mentre esercita il necessario e ricercato controllo di un antico rapporto tra superficie e sfondo.

Blanco, sulla scia di quali input ha avuto origine la sua ricerca artistica?
‹‹Fin da piccolo ho avuto la passione per il disegno e penso che le ragioni vere della mia ricerca artistica attuale risiedano nella mia natura e in quel periodo della mia infanzia. Si tratta di un’urgenza del tutto fisiologica, una necessità di dare senso alle cose della vita attraverso l’arte».

Nelle sue opere si assiste a una esperienza visiva “pura”, priva di condizionamenti prospettici, fluida, dove l’incontro con la realtà viene in certa misura sublimato… Può descriverci come avviene questa sintesi nel corso del suo lavoro?
‹‹Non è facile trovare le parole per dire cose che non riguardano la parola. Posso dire che i miei lavori pittorici non sono altro che “mappe geografiche dell’anima”. In sintesi “luoghi di confine” che rispondono a logiche spazio/temporali. Sono opere dedicate a sovrapposizioni di materie e colore. Sono stratificazioni e attese, passaggi di tempo».

Come pittore e scultore Lei fa uso di un’ampia sperimentazione tecnica, imprimendo il suo linguaggio su diversi materiali quali carta, alluminio e legno. Questa scelta di esplorare più materie e supporti corrisponde a una precisa intenzione stilistica?
‹‹Ogni materiale ha bisogno di un approccio, una modalità realizzativa differente. Sono materie e supporti che per me hanno un valore estetico, mi sento affascinato e attratto e questa è la ragione del loro utilizzo».

Può raccontarci che relazione vive con il suo atelier?
‹‹Gli spazi in cui ho lavorato, per quanto diversi dal punto di vista estetico e dimensionale hanno sempre avuto una caratteristica comune: il silenzio. Questa è la qualità principale che deve avere un mio luogo di lavoro. Un silenzio che non corrisponde a un’assenza di rumore ma più a qualcosa di intrinseco allo spazio. Silenzio che mi dia la possibilità di ascoltarmi, annusare l’aria e sentire i processi lavorativi a cui vado incontro».

studio

 

Performance Moro & the Silent Revolution (ore 19)

Moro & Silent Revolution si sono formati nel 2010 per dare corpo alle canzoni di Massimiliano Morini. Il loro folk-pop angloamericano è arrivato su BBC6, Rai Radio1, Radio2, Radio3 e Radio24, e ha fatto da sigla e colonna sonora al programma televisivo Orto e mezzo (Laeffe).   
I loro brani strumentali, oltre che in Orto e mezzo, hanno partecipato a Voi siete qui (Radio24), Una vita e Pascal (Rai Radio2). Il video di una loro canzone, “Love & Understanding” (2012), è stato postato sul sito del New Musical Express. Dal vivo, Moro & the Silent Revolution hanno suonato a Rai Radio 2 (Canicola), Radio Città del Capo, in festival nazionali come Area 51 Summer Festival, Meeting People Is Easy, Strade Blu, Arena delle Balle di Paglia.
E nel maggio scorso alla conquista del pubblico d’oltremanica, con un minitour nel Regno Unito. Il gruppo romagnolo, considerato da molti fra le migliori formazioni di alternative pop in lingua inglese, ha toccato il suolo britannico per la prima volta, dopo però che i suoi brani hanno fatto il giro del mondo e conquistato ascoltatori come il songwriter inglese Tom Robinson e il team di ascolto di Fresh on the Net (BBC6). Come ha detto lo stesso Robinson: “Dobbiamo assegnare al Moro un posto onorario nel pantheon degli eccentrici del pop inglese. È chiaramente quella, la sua casa”.  Per l’occasione hanno lasciato in Italia la sezione ritmica, e si sono presentati come duo elettroacustico (Lorenzo Gasperoni e Massimiliano Morini), per presentare il loro ultimo album, l’acclamato “High&Slow” uscito a gennaio, insieme a brani da “Home Pastorals” (2014) e “Silent Revolution” (2012).  

 

 

 

 

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CRISTALLINO Luoghi per le arti visive
IN-STUDIO
novembre 2016 - febbraio 2017

 

 

 

VERTER TURRONI / ERICH TURRONI
"Antologia Fossile
"

Via Viole 128/130
Gambettola (FC)

26 febbraio 2017 / ore 17.30

atelier

di Marcello Tosi

“Antologia fossile” di Erich e Verter Turroni per l’ultimo degli appuntamenti “In-Studio” di “Cristallino”, a cura di “Calligraphie – (con)temporary art&books”.
L’ultimo degli eventi dell’edizione 2016-2017, che ha offerto al pubblico la possibilità di accedere direttamente ai luoghi per le arti visive dove crescono e si esplicano le varie esperienze artistiche contemporanee via via presentate, si terrà il 26 febbraio dalle 17.30 negli atelier degli artisti Verter ed Erich Turroni a Gambettola (via Viole 128/130).    
Sarà un’occasione per entrare in contatto con le peculiarità del loro lavoro artistico, da sempre intrecciato all’elaborazione creativa dell’Imperfetto Lab, progetto di arredo e design di cui i Turroni sono artefici (www.imperfettolab.com). Se il loro lavoro artigianale si esplica in una collezione di arredi ispirata all’imperfezione della materia, espressione di una sintesi fra natura e artificio, di simile stampo, ma con verticalizzazione maggiore, risulta la loro operazione artistica, avvinta alla consistenza materica e volumetrica degli oggetti e al rapporto che essi sanno intrattenere con lo spazio che li circonda.

erich turroni


La visita agli studi sarà a cura di Roberta Bertozzi, critica e coordinatrice di Calligraphie, e di Franca Fabbri, docente di Storia dell'Arte Moderna e Contemporanea.
Chiuderà la serata la performance musicale “Anticlima” dei Tir, gruppo composto da Giulio Accettulli e Marco Pandolfini Keeno, anche in questo caso un evento performativo sulla scia della ricerca condotta sull’ultimo numero della rivista “Edel”, intorno alle “Architetture del suono”. In “Anticlima” il duo Tir offre una dimensione totalmente post-elettronica che assume una forma quasi ancestrale. Forse è per questo che si definisce paleo-antropotronico. ‹‹Strumenti forzati a sequenze ossessive e intrecci minuziosi dipingono panorami onirici virtualmente senza confini. Una stasi sub-polare che mitiga un mai sopito fuoco romantico». 

Bertozzi, perché il titolo di “Antologia fossile” e quali sono le peculiarità di questa  proposta che accosta il lavoro artistico di  Verter ed Erich Turroni?
‹‹Il titolo vuole sottolineare un tratto emblematico della loro poetica, rintracciabile anche nelle caratteristiche materiche delle loro opere, elaborate in modo tale da dare l’impressione di essere un residuo o un referto di un’altra era, di un’altra temporalità. Di qui la suggestione del “fossile”. Sia Verter che Erich partono da una intensa esperienza artigianale, che si concretizza anche nel progetto di design Imperfetto Lab, e che si innesta inevitabilmente al loro lavoro artistico, pur nella chiara differenza di procedure e stile. La visita agli studi consisterà in una antologica della loro produzione, grazie anche alla curatela critica di Franca Fabbri, docente di Storia dell'Arte Moderna e Contemporanea al LABA di Rimini››.

verter turroni


In quale maniera la ricerca di Verter Turroni si esprime come sintesi fra natura e artificio, assemblaggio di materiali, che esprime l’esigenza di dare nuovo nome agli oggetti, “come nuovo fondamento, impressione archeologica, iscrizione fossile che rigetta qualunque sublimazione, che non può più essere resa neutra”?

‹‹Esistono due aspetti della sperimentazione di Verter che mi affascinano da sempre. Da un lato l’impianto architettonico delle sue installazioni, da lui stesso definite “archisculture”. Si tratta di opere che vivono sempre in relazione al contesto che le ospita, anzi, oserei dire, che trovano la loro matrice solo in rapporto a un determinato spazio e alle sue dinamiche. L’altro aspetto riguarda la capacità di questo artista di fondare una classicità della rappresentazione proprio a partire da materiali di scarto, da tutto ciò che solitamente le nostre società pongono ai loro margini. Nell’assemblaggio di questi elementi, nella loro distribuzione, si verifica una sorta di riscatto: anche il materiale più disadorno o sghembo acquista un inedito spessore››.

erich turroni


 Come invece in Erich Turroni le forme divengono “barlumi di una coscienza primordiale, del suo sogno o del suo più prossimo incubo – dirette a dare testimonianza di una sorta di oralità primaria dell’umano, di un suo esatto archetipo”?
 ‹‹Al centro della ricerca di Erich si staglia esclusivamente un archetipo di umanità in bilico tra presenza e assenza, tra piena corporeità e prossima sparizione. Sia nei suoi lavori scultorei che in quelli pittorici la figura umana è il leit motiv dominante. Si tratta spesso di una individualità generica, scolpita nell’atto di emergere da chissà quali recessi minerali o, all’opposto, ripresa nell’attimo di scomparire, del suo venire assorbita dalla liquidità di un fondale. Anche in questo caso il contenuto della composizione intreccia un fortissimo legame con le peculiarità fisiche e chimiche delle materie utilizzate. Per citarne una, la vetroresina, che inglobando i diversi strati del disegno ne restituisce una traccia perlacea, conferendo un decisivo effetto di evanescenza all’immagine››.

verter turroni


Verso quali future prospettive apre un bilancio di questa edizione?
‹‹L’idea di aprire al pubblico gli atelier creando in essi degli eventi unici ha riscosso un notevole successo, oltre ogni nostra aspettativa. Segno, questo, di come esista un concreto interesse verso l’arte contemporanea se declinata secondo formule capaci di risvegliare la curiosità dell’utenza. Questo format ci ha dato inoltre l’opportunità di rendere visibile quel cantiere diffuso di esperienze artistiche che è disseminato sul territorio e che andrebbe, a nostro avviso, valorizzato in misura maggiore. L’ipotesi è che “Cristallino” diventi un aggregatore di queste realtà d’eccellenza che, per assurdo, trovano riscontro a livello nazionale e internazionale mentre faticano a essere riconosciute sul piano locale. Ma, si sa, nemo propheta in patria...››.

verter turroni

 

Immagini:

1 - Atelier Erich Turroni
2 - Erich Turroni, Vanitas, 2015, tecnica mista e poliestere su tavola
3 - Atelier Verter Turroni
4 - Turroni Erich, Mantice, 2015, vetroresina, legno, tubo in polietilene, dimensioni ambiente
5 - Verter Turroni, Sommerso, 2011, installazione site specific, vetroresina, metallo
6 - Verter Turroni, Due, 2011, installazione site specific, vetroresina, metallo

 

 

 



MARCANTONIO RAIMONDI MALERBA - "Self Container"
GIORGIA SEVERI - "Aborigeno"

Via Assano, 1450
Cesena (FC)

domenica 22 gennaio 2017

studio Marcantoni                                                                                  

di Marcello Tosi

Si inaugura la stagione 2017 degli incontri “In-studio” per la rassegna di arte contemporanea “Cristallino”, con un doppio appuntamento:
“Aborigeno / Self-container”  il 22 gennaio dalle 17.30 a Cesena presso gli atelier di Marcantonio Raimondi Malerba e Giorgia Severi, e la visita guidata da Roberta Bertozzi, critica, poetessa e coordinatrice di Calligraphie. 

studio severi

Marcantonio Raimondi Malerba, artista e designer da Massalombarda, dopo la frequentazione dell’Istituto d'Arte e Accademia di Belle Arti,  comincia presto a creare oggetti di design, in parallelo alla sua produzione artistica, combinando passo dopo passo questi due linguaggi. E nel segno di questa contaminazione tra arte, arredo e design si rivela la sua cifra estetica, sempre giocata sul filo del non sense, secondo una ludica sovversione dei registri.

studio Marcantoni


Giorgia Severi, ravennate, ha studiato presso l’Istituto per Mosaico e  Restauro e all’Accademia di Belle Arti. La sua ricerca si concentra sul paesaggio, la natura, e la relazione tra questa e l'uomo, attraverso opere “site specific” e attraversamenti culturali, nonché la cura di alcuni luoghi. Il suo sguardo è volto alla sensibilizzazione su tematiche che coinvolgono l’ambiente e il rapporto / incontro con esso, come per il progetto “Country”, evento per la 56. Biennale di Venezia 2015 alla Gervasuti Foundation. Un’artista multimediale interessata al paesaggio, all’azione antropica su di esso ed alla relazioni tra gli esseri umani e l’ambiente che sviluppano quella che chiamiamo “cultura”. La sua pratica artistica comprende installazioni, sculture, disegni, performance e collaborazioni con altri artisti.
All’incontro con gli artisti per “In-Studio” seguirà la performance “Fiume verticale” creata dal duo Barachetti / Ruggeri, evento realizzato in collaborazione con Ribéss Records. Una installazione sonora con la quale i fruitori possono interagire (con altro suono, con le parole, con la danza) o semplicemente immergersi. Otto chitarre elettriche suonate da ventilatori, interagendo fra loro, creano una trama sonora sempre diversa e irripetibile.

studio severi


Chiediamo a Giorgia Severi come si è collocata in questo quadro d'arte "ambientale" la lunga esperienza vissuta a contatto con il mondo artistico australiano, ricco di segni remoti della presenza dell'uomo come arte e cultura.
Lo scorso novembre ha presentato in mostra, durante la residenza d’artista allo Studio “Big Fag Press” di Sydney, due progetti sviluppati in Australia: “Ghost landscape”, personale alla M.Contemporary Gallery Sydney e “Orme Ecologiche” all’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con Diego Bonetto, artista e storyteller che lavora su paesaggio, agricoltura e food foraging in Australia da più di 20 anni. 
‹‹ “Ghost landscape” è una rilettura del paesaggio che consente di leggere le trasformazioni del territorio attraverso la storia. Come l'uomo è parte della natura, l'azione antropica cambia l'ambiente, lo modella e forza la terra in direzioni diverse. Possiamo pertanto capire leggendo il paesaggio che anch'esso è globalizzato, poiché le piante migrano con le persone nei loro spostamenti. La mostra ha presentato calcografie di piante e frottage di alberi di parchi urbani piantati dai coloni al posto della foresta nativa, e stampati poi in serie con la tecnica offset utilizzando i tipici colori vittoriani raffigurante questi fantasmi galleggianti nel paesaggio››.
La mostra “Orme ecologiche” invece è stata introdotta da Daniel Ramp, biologo e direttore del Centre for Compassionate Conservation della University of Technology di Sydney. Una riflessione sul paesaggio migratore e globalizzato attraverso calcografie di piante cosmopolite che vivono in Italia e Australia ma provenienti da tutto il mondo.

studio Se veri


‹‹Paesaggi che rappresentano i luoghi dove le piante sono state colte e quindi provano l'esistenza di queste specie vegetali in entrambi i luoghi: paesaggio parallelo. Le stampe sono infatti state fatte in due sessioni, una in Italia e una in Australia ma con le stesse specie di piante. Si parla quindi di un paesaggio migratore e se vogliamo anche colonizzato, che riflette la globalizzazione e l'antropizzazione dell'ambiente che si estende a tutto il mondo. Le piante prese in considerazione sono commestibili e/o medicinali, utilizzate dall'antichità per scopi medicamentosi, e sono storia dell'erboristeria nonché della medicina e utilizzate nella cucina tradizionale››.
‹‹In Australia – sottolinea Giorgia Severi -- il paesaggio antropico,  nelle zone remote indigene tradizionali, è positivamente intrinseco a quello naturale, tramite ad esempio incendi controllati per la rigenerazione dei suoli, piante, caccia e altro. Credo che la cultura sia ciò che viene generato dal rapporto e le esigenze che l'uomo sviluppa in relazione al luogo in cui vive e che col tempo si articola sempre di più. Dicono gli scienziati che siamo definitivamente entrati nell’era dell’”antropocene”, dove ogni azione umana ha un diretto e veloce impatto sul globo. L’arte deve farsi responsabile, e l'uomo riavvalersi della conoscenza dell’ambiente, per colmare un distacco e poter vivere in equilibrio tra consapevolezza e tecnologia...››.

mostra severi


Un lavoro che ha a cuore un’idea di “cura”, di restauro, di memoria degli alberi e del territorio secondo le regole del restauro del mosaico antico, è quello intrapreso dall’artista dal 2012 al 2013 alla ravennate Pineta di Dante, col progetto “Restoring the World”, edito con catalogo Allemandi&C. Ora in mostra fino al 4 febbraio alla galleria “Studio La Città” di Verona nella collettiva “Back to the land” curata da Andrea Lerda / Platformgreen. L'artista ha in mostra “Barks”, il calco di alberi dall'incendio doloso della pineta esposti in trittico come pala d’altare e “Cura” un’installazione fatta di pezzi di pini bruciati e restaurati come lo scheletro del paesaggio a cui dare un'altra vita.
‹‹Ora la cosa a cui sono più interessata tornando in Italia – dice la giovane artista -- è l'archiviazione dei paesaggi che stanno velocemente scomparendo o cambiando in maniera irreversibile, specialmente quelli montani, come il ghiacciaio Presena al quale ho dedicato alcune opere lo scorso settembre per la mostra alla Galleria Renata Fabbri di Milano. Così in questa zona mi interessano il Casentino con i calanchi, i fiumi Lamone e Savio e altre porzioni di territorio. “Archiviare” porzioni di paesaggio per com'è ora in una storia scolpita dal reale. Arte è anche lasciare nozioni da tramandare alle prossimi generazioni come documenti storici del pianeta››. 
   

Credits:

fotografie 1 - Marcantonio Raimondi Malerba, Studio (© ph Massimo Proli)
fotografie 2 - Giorgia Severi, Studio (© ph Massimo Proli)
fotografie 3 - Marcantonio Raimondi Malerba, (© ph Massimo Proli)
fotografie 4 - Giorgia Severi, Studio (© ph Massimo Proli)
fotografie 5 - Giorgia Severi, Studio (© ph Massimo Proli)
fotografia 6 - Giorgia Severi, Ghost Landscape - Palme delle Isole Canarie e albero della Canfora, 2016, stampe off-set edizione limitata, M.CONTEMPORARY GALLERY SYDNEY

 

 

 

 

ANDREA SALVATORI - "L’irresistibile Kitsch"

Studio di Andrea Salvatori
via Benigno Zaccagnini 1/3 - Solarolo (RA)

studio salvatori
(© ph Dario Lasagni)

di Marcello Tosi

Tra insospettabili dissezioni anatomiche e dissacranti rivisitazioni della storia dell'arte si muove l’“Irresistibile kitsch” dell’opera ceramica di Andrea Salvatori, al centro della nuova tappa di “Cristallino. Luoghi per le arti visive” a cura di Calligraphie – (con)temporary art&books.  
‹‹E’ una cosa che mi affascina – dice Salvatori -- quella di poter aprire il mio studio d’artista avendo anche un curatore che parlerà del mio lavoro, anche come una completa performance visiva e musicale. Quasi come un invito ad aprire lo spazio dove lavoro ed espongo ad altre visioni ed eventi››.
La rassegna si dirama infatti in questa terza edizione in un percorso itinerante “In-Studio”, alla volta degli atelier degli artisti, in un alternarsi di occasioni d’incontro con l’arte contemporanea proprio all’interno dei luoghi in cui cresce e giunge a definirsi l’atto creativo, tra arte visiva, installazioni, video, performance, concerti, incontri. E approda il 18 dicembre dalle 17.30 (ingresso libero) al laboratorio creativo dell’artista faentino a Solarolo (via Zaccagnini 1/3).

studio
(© ph Massimo Proli)


La visita allo studio e la presentazione del lavoro di Salvatori, che unisce uno stile personale a una laboriosa inventiva, sarà a cura di Daniele Torcellini, critico e curatore, che introdurrà anche l’intervento successivo, “80 mesh”, un esperimento di interazione tra immagine e suono. “80 mesh. La forma del suono”, è un progetto a cura dell’associazione Marte, nato dall’idea del collettivo artistico CaCO3. Un’indagine sulle caratteristiche del linguaggio del mosaico, in particolare quelle della frammentazione e della ricostruzione, dello schema, della ripetizione e della modularità. Obiettivo del loro progetto è rendere queste forme dinamiche e costantemente reversibili. Ciò si realizza grazie alle possibilità morfogenetiche delle onde sonore di modellare una sabbia a grana fine.
Salvatori ha partecipato dal 1997 a numerose esposizioni sia personali che collettive ed è stato primo classificato nel 2009 alla  55. edizione del Premio Faenza. Fra le sue mostre personali, nel 2016: ‘Gli Specchi Dovrebbero Pensare Più a Lungo Prima di Riflettere’ , a cura di Sabrina Samorì e Silvia Battistini al Museo Civico d’Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini, Bologna; nel 2015: ‘Metaceramico’ a cura di Chiara Fuschini, alla Galleria Ninapi di Ravenna e ‘Allievo e Maestri’, a cura di ThePoolNYC Gallery, a Palazzo Sassoli de’Bianchi di Bologna. Ha inoltre partecipato alla 54 esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Padiglione Italia; Regione Emilia Romagna,a cura di Vittorio Sgarbi.

atelier
(© ph Massimo Proli)


Sin dall’inizio della sua carriera, colleziona forme, misure e simboli in cattedrali, musei, gallerie e mercatini. Cattura istantanee, le amalgama con linguaggi mitologici, fiabeschi o pubblicitari, ricomponendo il tutto nelle sue sculture. Collezionare arte così come linguaggi ed esperienze. Collezionare come forma di produzione. Il suo linguaggio ceramico è un’arte da museo ma anche da comodino. Un kitsch che riesce a riconnettere tradizione e prosaico, invenzione e ordinarietà, inventando nuovi codici formali.
“Il mio lavoro – spiega -- è stato volto fin dall’inizio dall’utilizzo di oggetti di recupero: vasi, statuine sempre in ceramica su cui intervengo per aggiungere elementi per completare la mia scultura, muovendomi quindi per così dire “al confine del kitsch“ per realizzare un lavoro nuovo, oppure facendo uno stampo in gesso per farne copia. Intervengo su quei piccoli manufatti, quei ninnoli tipo le coppiette dell’ottocento che le nonne posavano sui comodini, Oggetti che accumulo, che mi aiutano a pensare, che mi servono anche per farne una trasformazione in stile “pulp”, ma creando veri e propri “oggetti”, come nella scultura di tipo tradizionale, non installazioni effimere. Mi piace la materia, toccarla, renderla una cosa tangibile. chiare e netta“, come la serie delle “bomboniere” del 2000-2001››.

atelier
(© ph Massimo Proli)


“Bomboniere” di tipo assai singolare.  Infatti il (de)generare dell'opera di Salvatori, ha scritto il critico Alberto Zanchetta, è del tipo gran guignolesco, con schizzi di sangue che si coagulano sul pizzo finemente intrecciato, ennesima leziosità a corredo delle ceramiche: “accenni policromi – oro magenta vermiglio ceruleo – impreziosiscono la sua diafana maiolica che adagiata sui fronzoli dei merletti, ci riserva un sedizioso corollario di atrocità... gratuite. Mediante interventi microfilologici, Salvatori scardina la logica predefinita di comuni porcellane, tra le più banali in commercio. Innesti di terraglia invetriata trasformano coppie d'innamorati in amanti adulteri, innocenti fanciulli in serial killer mentre le loro premurose madri sembrano risentire del complesso di Medea.

atelier
(© ph Massimo Proli)


Le virtù sono devitalizzate, contraffatte in vizio, in un cinismo sessuale – corrotto, meschino – degno del divino Marchese. Se una ballerina protende estasiata le braccia sotto il fallo d'oro di un elefante, le altre sue compagne si deliziano con i rituali della Salomè palleggiandosi una testa decapitata, quella dell'artista che è novello Battista. Tra insospettabili dissezioni anatomiche e dissacranti rivisitazioni della storia dell'arte, Salvatori mette in commistione l'epopea mitologica con il fumetto, i cartoni con i film, in una rivalsa ai danni delle favole scritte dai fratelli Grimm e da Hans Christian Andersen, rese logore dalle inquietudini di un adolescente diventato adulto”.

 
 
     

 

 

 

 

 

 

FRANCESCO BOCCHINI - “La leggera officina del tragico”

Studio di Francesco Bocchini
Via Molino Vecchio 19 - Sant'Angelo di Gatteo (FC)

Bocchini

 

di Marcello Tosi

“I particolari più potenti di un’opera d’arte sono spesso i suoi silenzi”, scriveva Susan Sontag. E “Cristallino. Luoghi per le arti visive” riparte con “In-Studio”, da novembre ad aprile 2017, a cura di Calligraphie – (con)temporary art&books (www.calligraphie.it ).
La rassegna,  che giunge quest’anno alla terza edizione, prosegue nella ricerca sulle arti contemporanee mutando la sua fisionomia di festival stabile per diramarsi in un percorso itinerante, lungo un calendario di occasioni d’incontro nel cuore dei luoghi in cui cresce e giunge a definirsi l’atto creativo: sei appuntamenti negli atelier d’artista tra arte visiva, installazioni, video, performance, concerti, incontri.
La nuova veste del festival, dicono i curatori, ha per obiettivo l’indagine di tutti quei particolari che non si manifestano apertamente in un’opera, ma che restano celati al suo interno: la ricerca, la disciplina quotidiana, i “silenzi” dell’atto creativo, quando l’immagine ha difficoltà a precisarsi agli occhi di chi ne è l’artefice; e insieme le sue definizioni: gli strumenti, il rapporto con la materia, le collezioni e l’immaginario di cui si circonda ciascun artista. Entrare nell’officina dell’arte contemporanea significa rendere esplicito quell’universo di particolari, di attimi e contingenze, di intuizioni e segni che rendono possibile la sua realizzazione, secondo un itinerario che offre al pubblico una concreta possibilità di contatto con il mondo dell’arte attraverso la presenza, le parole e l’opera dei suoi attori.

studio


Il primo appuntamento di Cristallino 2016/2017 sarà con “La leggera officina del tragico”, il 27 novembre dalle 17.30 presso l’atelier di FRANCESCO BOCCHINI (via Molino Vecchio 19,  Sant’Angelo di Gatteo). La visita sarà a cura di Roberta Bertozzi, critica, poetessa e coordinatrice di Calligraphie, che proporrà un’introduzione all’opera dell’autore anche in relazione con la successiva performance musicale “Cena Sul Ring” di “The Faccions”.
La band cagliese è formata da Michele Lilli tastiere e percussioni, Rodolfo Brocchini chitarra, Mariangela Malvaso flauto e voce, Lorenzo Scarpetti basso elettrico, Enrico Liverani batteria ed effetti speciali, Gabriele Bernardini violino, Cervellini Marco sax). Insieme da oltre 15 anni, sviluppano progetti che spaziano dall’art Rock al pop sperimentale. Non hanno un repertorio fisso e amano reinventare i propri live. Con i loro ultimi lavori si sono avvicinati alle arti performative mantenendo il fuoco sul suono e sulla sua dimensione gestuale e spaziale. La live performance “Cena Sul Ring” è un esperimento di elettronica innestato all’iconografia de L’ultima cena: disposti intorno a un tavolo, i musicisti inscenano un perfetto rituale, tra eufonia e cacofonia, noise music e partiture sacrali.

studio


‹‹Intento della rassegna per radicarsi ulteriormente nel territorio – sottolinea ancora Roberta Bertozzi – è quello di provare a fare una sorta di ricognizione di luoghi artistici, ponendoli a contatto con il pubblico là dove nasce e si crea il gesto d’arte e diventa operativo. É un andare un po’ alle origini, come per creare un museo diffuso degli autori, un cantiere del territorio dove si produce arte. Quindi una grande opportunità questa di poter vedere i luoghi dove operano, che offre al pubblico una modalità ancora più partecipata di venire a contatto con la visione di ogni artista che fa sì che un’opera d’arte si determini. E arte dell’incontro, che permette a tutti di comprendere l’arte contemporanea lungo tutto il territorio romagnolo. Bocchini è stato anche tra gli ideatori di “Cristallino”. Questo per sottolineare il fatto che noi stessi siamo artisti, prima che operatori culturali, e far conoscere le dinamiche di chi fa l’arte consente di avere un diverso tipo di approccio ad essa››.  

studio


L’operatività di Francesco Bocchini  si concentra su lamiera e ferri smaltati per produrre macchine celibi e marchingegni elementari. Meccanismi, installazioni, teche-lamiera di ferro dipinta a olio. Un lavoro in equilibrio tra ironia, mistero e dramma. Dalla metà degli anni Novanta il suo lavoro è stato esposto in mostre personali e collettive in Italia e all’estero, in gallerie private e in spazi pubblici.
‹‹ il fatto di essere nato a Gambettola - dice l’artista- credo abbia certamente influito almeno in parte nel mio interesse per il rimpiego di materiali di scarto, di recupero: le lamiere, le latte, i bidoni, mi piace la loro policromia, sono materiali ‘facili’ da lavorare e che mi è piaciuto far diventare, ad esempio, piccoli strumenti musicali meccanici, “scatole foniche” e da questo sono partito perché mi piaceva il discorso volumetrico, plastico, dinamico, con l’inserimento di veri e propri meccanismi interni- Ma al di là dell’aspetto un po’ futuristico del lavoro, delle macchine mi interessava soprattutto la loro determinazione finale, come delle specie di organismi a cui dare vita dall’interno››.  

studio


Meccanismi che appaiono spesso quelli della scena fantasiosa di un circo, o di un teatro…
‹‹Anni fa ho costruito una serie di meccanismi ispirati al mondo del circo, come piccoli baracconi. Ma il mio impegno è diventato quello di cercando di rendere tutto reale, tutto visibile per le persone che ne venivano a contatto, ma in modo non convenzionale, perché non sembrassero le figure di un teatrino. È quindi uscita fuori l’esigenza che la creazione di meccanismi potesse risultare un po’ stimolante e provocatoria. Da qui il titolo dell’odierno appuntamento: “La leggera officina del tragico”, perché penso che anche se il tutto contempla un aspetto giocoso, come lavorare, fare arte giocando, non tutto però si compia solo girando una manovella, azionando un meccanismo…››.  
L’idea di portare il pubblico in atelier come si concilia con il suo lavoro?
‹‹È importante portare il pubblico in atelier, dove l’artista vive e lavora, lo spazio crea un rapporto diverso da quello di una galleria d’arte e le opere stesse sembrano un'altra cosa. Non è quindi solo una vetrina, ma uno spazio fisico occupato dal farsi del lavoro artistico››.

(© ph Luigi Bussolati)

 

 

 

 

TOTALLY LOST 2016 - Forlì
dal 9 al 18 settembre

Ex fabbriche, sedi di partito, basi militari, bunker, città di fondazione, memoriali:
in mostra dal 9 al 18 settembre la ricerca visiva curata da 'Spazi Indecisi' sulle architetture totalitarie europee in abbandono

piscina abbandonataVandeVelde Wunstorf, Germany

 

di Marcello Tosi

Cosa rimane delle architetture dei regimi totalitari del Novecento in Europa? Potranno essere incubatori per nuovi e democratici contenuti? Le architetture legate ai regimi si libereranno mai dalle ideologie di cui erano simbolo e strumento? Cosa ha di autoritario l’architettura contemporanea?
A questa serie di domande su cui forse ancora grava il peso del ricordo, cercherà di dare risposta il progetto “Totally Lost 2016” in una mostra dal titolo “Tieniti libero”, aperta  dal 9 al 18 settembre e dal 23 al 25, che avrà luogo in tre location legate all’architettura del regime: la forlivese Casa del Mutilato, l’ex Acquedotto Spinadello di Forlimpopoli e l’ex Casa del Fascio a Teodorano di Meldola (queste ultime aperte nei giorni 10-11 e 17-18 settembre).  

sanatorio
SANCHEZ, SANATORIO DE ABONA, SPAIN


Promossa da “Spazi indecisi” sulle architetture totalitarie europee in abbandono (“totalmente perdute?”), la vastissima ricerca visiva si è posta il compito di voler rivalutare criticamente questo patrimonio nel presente immaginandone il futuro, in collaborazione con la rotta culturale europea  ATRIUM - Architecture of Totalitarian Regimes of the XX Century in Europe’s Urban Memory  e Comune di Forlì. 

colonia marina
Colonia Decimo Legio fascio bolognese, foto A. Costa


L’associazione forlivese ideatrice del progetto è un collettivo multidisciplinare che dal 2010 opera per valorizzare gli spazi in abbandono, innescando processi di rigenerazione urbana leggera attraverso interventi che spaziano e ibridano i diversi linguaggi contemporanei trasformando i luoghi in abbandono in un campo di indagine e di ricerca per artisti, fotografi, architetti, urbanisti, paesaggisti e cittadini.  
“Totally Lost”  racconta e mappa attraverso la fotografia i residui del patrimonio architettonico dei regimi totalitari.  Un racconto visivo, senza giudizi o pregiudizi storici, che indaga gli spazi architettonici come frammenti da riconnettere, prospettando per questi luoghi nuovi e “democratici” contenuti.

monumento
pavlovic monument2, Kroatia


La ricerca internazionale in mostra è frutto di una ricerca fotografica collettiva che ha coinvolto quasi 400 fotografi da tutta Europa e mappato quasi 300 luoghi “scomodi” legati ai regimi totalitari con oltre 2.600 fotografie di luoghi di oltre 25 nazioni. Le immagini, selezionate da un Comitato Scientifico e precedentemente esposto al pubblico anche a Gyor (Ungheria, 2013) e a Città del Lussemburgo (2014).

bunker
Jödicke Bunker-II Denmark-1981


L’archivio on-line in divenire è consultabile su www.totallylost.eu. Gli stessi edifici che ospitano la mostra sono ora in stato di inutilizzo e vanno ad amplificare le domande sul futuro di questi luoghi testandone un riuso temporaneo. La ricerca europea, stimolata da una opencall, ha indagato il rapporto di questi manufatti con il paesaggio e il rapporto con il contesto sociale oggi, raccogliendo e portando alla luce luoghi molto variegati: fabbriche, miniere, centrali, edifici istituzionali, abitazioni, luoghi di propaganda e del potere, bunker, luoghi di villeggiatura, radar, monumenti, memoriali, borghi di fondazione, luoghi di intrattenimento, case del fascio, sanatori, ospedali, torri di avvistamento. Un progetto di ricerca dal basso.   “La partecipazione rappresenta il senso stesso del progetto – sottolineano i curatori -- e costringe a interrogarci su come prospettare questi spazi nel futuro”.

galleria
Kopytova Gagry, Abkhazia


Oltre  che volto ad una ricerca internazionale, è anche un progetto che racconta il territorio romagnolo. La Romagna, in particolare, come terra natale di Mussolini, è ricca di testimonianze sull’architettura fascista abbandonata: colonie marine, ville private, case del fascio, industrie aereonautiche, chiese. Sono stati creati due percorsi culturali in un territorio che si configura come un museo diffuso a cielo aperto:  “Totally Riviera”, un viaggio sulla costa attraverso quello che resta di otto colonie di stampo fascista e “Totally Terra”, un percorso riconnette nell’entroterra edifici come Case del Fascio, industrie belliche, ecc. Proprio queste due mappe cartacee saranno consegnate ai visitatori all’uscita dai luoghi delle mostre, per stimolare il visitatore ad esplorare e conoscere un territorio “scomodo” che deve in gran parte decidere di queste installazioni.

ospedale
Ospedale Montecatone Imola


Un esempio precipuo quello della Casa del Mutilato di Forlì  di cui si è progettato da parte pubblica il restauro  Nate con una vocazione assistenziale verso gli invalidi di guerra, le Case del Mutilato rappresentarono una declinazione del programma politico del Ventennio fascista espressa architettonicamente nella monumentalità delle soluzioni volumetriche e di facciata, oltre che nell’utilizzo di una simbologia diffusa e ricorrente.

portone
Casa del mutilato, Forlì


L’edificio forlivese offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere la dimensione storica ed ideologica entro cui sono esse si inserirono. L’opera, situata in via Maroncelli 3, firmata dall’Accademico d’Italia Cesare Bazzani, in collaborazione con lo scultore Roberto de Cupis, venne inaugurata il 4 Novembre 1933. Ex sede della Loggia Massonica “Aurelio Saffi”, essa apparve per mano dell’architetto Bazzani, legato alla Massoneria, come il luogo di un deciso rinnovamento architettonico che si manifesta in forma templare, celando, sotto un doppio livello simbologico, anche una duplice lettura massonica.

sala
Spinadello, acquedotto


La centrale di sollevamento dell’Acquedotto Spinadello fu un’importante opera idraulica inaugurata nel 1939 e attiva fino al 1986, che garantiva la fornitura idrica dei comuni di Lugo, Cotignola, Bertinoro e Forlimpopoli. Oggi l’edificio pompe dell’ex Consorzio dell’Acquedotto è di proprietà “Unica Reti” che lo ha concesso in comodato al Comune di Forlimpopoli, che ha operato negli anni passati un restauro della struttura, ripristinando il tetto piano originale e sistemando le stanze anteriori in previsione di un loro utilizzo ad uffici. L’edificio per le sue peculiarità architettoniche è inserito nella Rotta Culturale Europea Atrium. L’area circostante è di grande interesse naturalistico sia dal punto di vista faunistico che della flora.

piazza borgo
VoxHumana, piazza Borgo Giuliano, Italy


“Un percorso in divenire che pone domande” – aggiungono i curatori-. “Questo patrimonio architettonico sarà mai libero dall’ideologia che l’ha prodotta, diventando contenitore di nuovi e democratici contenuti? Diventerà archeologia? Chiaramente “Totally Lost” non ha l’ambizione di dare risposte, ma continua a porre domande sul nostro presente e sul futuro di questo luoghi. Vorremmo raccogliere esperienze di riappropriazione culturale e fisica di questi luoghi. Luoghi che, dopo un periodo di abbandono, sono riusciti ad aggregare nuove energie e che ora generano nuove narrazioni democratiche. Perché questa riappropriazione culturale delle architetture e delle ideologie totalitarie del ‘900 a cui sono legate può davvero essere un elemento identitario del nostro continente”.


 

 

 

 

 

MUSAS Santarcangelo
CRISTALLINO 2016 - Luoghi per le arti visive

fino al 17 luglio 2016    

di Marcello Tosi

La seconda edizione di “Cristallino. Luoghi per le arti visive” svoltasi a cura di Calligraphie, a partire da novembre, si chiude il 17 luglio al Musas di Santarcangelo, preceduta il 15 luglio dalla presentazione del catalogo delle mostre “Il pensiero è un abisso” e “Souvenir d’Amérique”, e del numero 5 della rivista Edel, dal titolo “Racconti del notturno” realizzata in rete con Santarcangelo dei Teatri 2016, nel segno di una proposta interpretativa che interagisce con i temi della manifestazione.
Interverranno, la critica e curatrice delle mostre Roberta Bertozzi, il poeta e traduttore Davide Brullo, Daniele Torcellini, critico d’arte.
La collettiva “Souvenir d’Amérique”, ancora aperta fino al 17 luglio in collaborazione con Cantiere Poetico per Santarcangelo e Biennale del Disegno, a cura di  Roberta Bertozzi con la direzione artistica di Francesco Bocchini e Claudio Ballestracci, vede esposte opere di Veronica Azzinari, Carloni & Franceschetti, Federico Guerri, Luca Piovaccari, Pomelo, Gloria Salvatori.   
Il campo di indagine di Edel numero cinque ha preso le mosse da tre elementi che si collocano in ciò che potrebbe essere definito come il non-umano: tali elementi sono la dimensione notturna, il regno animale e il mondo dell’oggettività, delle cose.

Denis Riva


L’ipotesi dei curatori  è che questa costellazione simbolica possa essere condensata all’interno di un preciso paradigma, ossia il perturbante, “Das Unheimliche”, termine che esprime soprattutto la disposizione soggettiva di fronte a queste alterità, la specifica sensazione che provocano in noi: un sentimento di fascinazione e insieme di repulsione, l’avvertimento di una matrice che ci accomuna ad esse e che allo stesso tempo da esse ci estranea.
La materia notturna, gli animali e gli oggetti, intesi dunque come incarnazioni di questo movimento psichico, nonché  come fenomeni che vanno a occupare una virtualità della percezione e del meccanismo conoscitivo umano, della quale tuttavia sperimentiamo continuamente la non padronanza, l’assenza di un controllo.

Gloria Salvatori


La scelta di intitolare il numero “Racconti del notturno” è discesa dalla peculiarità di molti  contributi degli autori. Perché nell’insieme ciò che trova spazio nelle pagine di questo numero di Edel sono delle tracce di vissuto, una “mise à nu” della propria esperienza intellettuale e sensibile, dei racconti privati che testimoniano, e questo è forse il dato più importante, come questa sfera della percezione umana si dimostri restia all’analisi.
Detto altrimenti, per descrivere il perturbante occorre attraversarlo.

Ilaria Margutti


È così che la maggior parte dei testi, con attitudine splendidamente autobiografica, e dunque allineandosi a quella verità falsata, ambigua che solo il genere autobiografico è in grado di restituire, ci parla di questo attraversamento, del suo manifestarsi in singoli, inconsueti ed oscuri, episodi, dimostrando, nella scrittura di molti di questi autori, la precisa volontà di non mettersi al riparo dietro griglie teoriche – la loro scelta di guardare frontalmente l’Unheimliche.
D’altra parte la modernità, con tutte le sue armi analitiche, ha sempre arginato il perturbante in una distanza che si propone più come una zona di sicurezza che non come un campo di tensione, riconducendo questa possibile esperienza a uno stato di sofferta sensibilità del soggetto.
Più le nostre società sono ossessionate dall’alta definizione, dal controllo selettivo, dalla anestetizzazione di ogni aspetto di realtà più perdiamo contatto con la sua natura panica, simbolica. Più rigettiamo questa compromissione con il cuore di tenebra che attraversa ogni cosa, ogni forma vivente, più il perturbante si insedia in un rimosso che lotta tenacemente per riaffiorare.
In sostanza, ciò che i nostri tempi negano risolutamente è la “tenebrosità” strutturale del mondo sensibile, quel dualismo, quella situazione di spaesamento che è in grado di scatenare.
 

Massimiliano Fabbri


Roberta Bertozzi, quale il bilancio di questa edizione di "Cristallino" e quali le prospettive future?

‹‹La nota più positiva riguarda l’aver proposto dei progetti espositivi che hanno portato in luce la grande qualità della sperimentazione artistica del nostro territorio. E a questo aspetto vorrei aggiungere la forte coesione tra i contenuti di queste mostre e gli eventi che si sono ad esse affiancati, anche nel segno dell’interpretazione critica. Siamo sempre più convinti che non si possa scindere la presentazione del lavoro degli artisti da tutto quel movimento di idee, di concezioni, che esso contiene in potenza. La ricerca artistica amplifica le possibilità di pensiero. O, per dirla con Umberto Eco, l’arte, e in modo particolare quella contemporanea, proprio attraverso gli ostacoli di comprensione che ci presenta, tiene in esercizio il pensiero, disarticola la fissità delle nostre convinzioni, ci sfida a ripensare le cose in una diversa prospettiva. Il che è bell’esercizio ginnico per la mente, a tutti gli effetti››.

Pomelo


In che maniera il quinto numero della rivista Edel, realizzata in rete con Santarcangelo dei Teatri, ha interagito con i temi del Festival?

‹‹Da qualche anno a questa parte la rivista si pone in circuito con altre realtà culturali, sviluppandone per via autonoma e parallela le tematiche e gli interrogativi. Rispetto all’attuale edizione del Festival, che ci parla del notturno, abbiamo inteso questa dimensione come qualcosa di più complesso, inquadrandola nell’ambito del perturbante, di un preciso sentimento che contempla allo stesso tempo attrazione e repulsione. La scelta di intitolare il numero “Racconti del notturno” deriva dalla specificità dei testi degli autori che vi hanno collaborato. Perché si tratta proprio di racconti che mettono a nudo la loto esperienza intellettuale e sensibile, testimoniando, e questo è forse il dato più interessante, come il perturbante si dimostri restio a un discorso analitico. Detto altrimenti, per parlare della notte che ci abita occorre attraversarla››.

Verther Turroni



In che modo le arti figurative, la poesia, il cinema, il teatro, la musica siano ancora capaci di metterci in relazione con “tutto ciò che potrebbe restare segreto, nascosto e che è invece affiorato” (Schelling) ?

‹‹Quella in cui viviamo è l’epoca della trasparenza esasperata, dove tutto deve essere visibile, dove non è ammesso alcuno spazio per l’opacità. Le arti, negandosi per natura a questa retorica della chiarezza, a questa manipolazione da “luce al neon” dell’industria mediatica e culturale, possono e devono rimetterci in contatto con la tenebrosità strutturale del nostro rapporto col mondo e con noi stessi, con quella “zona d’ombra” che ci appartiene e con cui è impossibile››. 

 

 

 

G E R M I N A L
2ª edizione
dal 17 al 26 giugno 2016
Savignano Sul Rubicone

logo

di Marcello Tosi

Nuove aperture e visioni dell'arte contemporanea per la seconda edizione di "Germinal Savignano ARTe" a cura di Calligraphie con la direzione artistica di Roberta Bertozzi, e con il patrocinio e il contributo del Comune di Savignano e i Comuni di San Mauro Pascoli e Roncofreddo quali enti soci.

Roberta Bertozzi, perchè il titolo di questa edizione è "Chiari del bosco"?

‹‹La suggestione viene da una rilettura di uno splendido libro di María Zambrano, uscito nel 1977: Claros del bosque, Chiari del bosco. La nostra ipotesi è quella di una equazione tra arte e bosco, che esista una identità tra questi luoghi, perché entrambi tenebrosi, inquietanti, nei quali in molti casi è difficile orientarsi, e che allo stesso tempo possono offrire delle repentine aperture, delle feritoie, in cui veniamo sorpresi da una rivelazione, da un senso. L'arte, in modo particolare quella contemporanea, può essere veramente un bosco, anche per via di una sua resistenza alla completa leggibilità, nel suo parlarci molto spesso per barlumi, per segnali minimi e intermittenti››.

Qual è il significato e gli obiettivi di questo rinnovato incontro tra le varie arti?
‹‹Si è cercata fin dall'inizio una forte integrazione tra i vari momenti del festival, tra arte, musica, atelier e poesia. La metafora "boschiva", dei "chiari" e degli "scuri" percorre tutti questi appuntamenti e segnala una precisa idea: quella di accogliere il dato artistico come qualcosa di non pienamente rivelato, che può domandarci anche uno sforzo di comprensione, una trasformazione interiore. L'ideazione di un festival coincide sempre con la messa in campo di alcune questioni. Qui la questione poggia sul visibile, su ciò che può essere compreso da subito, e il non visibile, ciò che nell'incontro con l'opera resta celato. Allo spettatore viene in qualche modo richiesto di prolungare il discorso, di tentare una congettura rispetto a ciò che vede e sente. Ed è proprio su questa proiezione, su questa linea ipotetica, che l'incontro con l'arte può forse acquistare il suo più intimo, autentico significato››.

Lungo quale solco si muovono le opere di questa edizione?
‹‹Abbiamo scelto le opere di Federico Guerri, Carlo Cavina, Andrea Salvatori, Luca Caccioni e Claudio Ballestracci perché abbiamo riconosciuto in esse, pur nella chiara differenza di procedure e stile, una affinità rispetto all'orizzonte teorico che ci siamo assegnati. Si tratta di lavori che ci mettono a diretto contatto con un'attività artistica capace ancora di custodire il mistero, l'enigma – capace di avvicinarci a un "sentire originale". Nell'opera pittorica di Guerri e in quella fotografica di Cavina si parte proprio dai sentieri, dalle vie che si perdono nel bosco o, se vogliamo, in un ambiente in continua anamorfosi, caleidoscopico, che reclama un attraversamento per essere decifrato. Abbiamo altre opere invece che agiscono come scrigni, come arcani, che sembrano vietare un contatto con il loro secretum, con ciò che nascondono al loro interno o nella loro frammentaria crittografia esteriore – che sono interamente sigillate. Mi riferisco agli assemblaggi ceramici di Andrea Salvatori, ai tabernacoli di metallo di Claudio Ballestracci e ai grandi cartoni di scena di Luca Caccioni, questi ultimi raschiati come sono da qualunque segno discorsivo, qualunque traccia iconografica, e che proprio in forza di questo sanno esaltare la potenzialità muta dell'oracolo, delle muse››.

Quali eventi sono in programma?
‹‹Il primo evento si è tenuto il 19 giugno, quando alla Chiesa del Suffragio abbiamo proposto un incontro con una delle più potenti voci della poesia contemporanea, Tiziana Cera Rosco. La serata prevedeva la presentazione del suo ultimo libro d'artista, "Anatomia del solo", a cui ha fatto seguito "Patientia", performance in cui la poetessa ha creato un esatto rito di intercessione, di preghiera, trasformandosi in una immagine totemica che attinge sia al sacro che al selvatico. Domenica 26 giugno invece, in occasione del finissage delle mostre, avremo il Concerto Illustrato degli Opez, una performance audio-visiva dove il sound malinconico ed elettroacustico di Massi Amadori e Francesco Tappi si fonde con il live painting di Aimone Marziali e Simone Pucci. Chiudere il festival con un concerto che diventa a sua volta immagine visiva, quindi sulla scia di un legame contraddittorio e complementare, non può che ribadire l'inesauribilità di ciò che intendiamo per arte››.


Tiziana Cera Rosco

imamgine nel bosco

"Chiari del bosco", come una sorta di metafora dell''arte, in modo particolare quella contemporanea, nel suo parlarci molto spesso per barlumi, per segnali minimi e intermittenti, è titolo dell'edizione 2016 di "Germinal Savignano Arte", a cura di Calligraphie. La connota una forte integrazione tra arte, musica, atelier e poesia. che punta a dare all'incontro con l'arte il suo più intimo, autentico significato di attività capace ancora di custodire il mistero, l'enigma, capace di avvicinare a un "sentire originale".
Particolarmente significativo al riguardo il 19 giugno alla seicentesca chiesa del Suffragio l'incontro con una delle più potenti voci della poesia contemporanea, Tiziana Cera Rosco.
La serata ha visto la presentazione del suo ultimo libro "Anatomia del solo", a cui ha fatto seguito la performance "Patientia", in cui la poetessa ricrea una sorta di rito di intercessione, di preghiera, mutandosi in una immagine totemica che attinge sia al sacro che al selvatico.

donna


Tiziana Cera Rosco, quale significato ha voluto dare alla sua presenza con questa performance a "Germinal"?
"il tema di Patientia --- spiega -- è quello dell'artista inteso come soglia, come figura percettiva, soglia d'amore mai magica ma intercessoria. Come tutto ciò che ha a che fare col destino, il tragico è un elemento naturale, che forma l'apertura di un ascolto importante e come ogni figura aperta al luogo e al tempo che la attraversa, nel contatto con il fondo di qualcosa di remoto che deforma la figura, l'artista si lascia trasformare. La mia performance è un'intercessione, una soglia che l'arte presenta nel panorama di tutte le possibilità di espressione, di passaggio, come una specie di nuova vita, ma che non voglio appesentire con troppo parole, perchè è ciò che è la preghiera vuole essere, ed ha il senso della preghiera. Come la richiesta di un desiderio, ma svolta non perchè venga soddisfatta, ma perchè desideri sapere da dove vieni e dove vai, e hai un bisogno incredibile di sfociare in questo luogo››.

Perchè ha scritto che "Le opere d'arte sono di una solitudine infinita"...?

‹‹Un mio titolo è "Creatura ininterrotta". Ognuno vive una connessione infinita, ha una creatura che si apre "dentro". Lavorare in solitudine, sentire tutto come questa soltudine dell'arte, è un punto immenso, una grande lotta di dentro, che fa pulizia di immagini vecchie, ed è lì che inizi ad incontrare qualcuno. Come scriveva Artaud "nascere è abbandonare un morto"››
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Qual è allora il senso di questo arcano, misterioso senso della rinascita di una "bellezza creaturale" ?
‹‹Il fatto di provenire da un luogo che è molto selvatico, quello dove ho scritto il libro, dove si sente di non riposare mai, ovvero il lago di Barrea nel Parco Nazionale d'Abruzzo, mi ha insegnato che solitudine non significa assenza, mancanza, ma è un corpo su cui la solitudine allunga la sua ombra, così come si distende su ogni cosa sulla terra. La mia mente perciò dico è un lago, vive una vasta moltitudine di contatti . "Con tutti gli occhi vede la creatura / l'aperto", si legge nella VIII elegia di Rilke››.

E infine ancora una sua citazione, quella di una frase di Camus: "E l'assurdo diventa la più straziante di tutte le passioni"...
‹‹Ho realizzato un lavoro fotografico sull'idea di deposizione di un manichino. Un corpo sempre dev'essere recuperato, ma non per questo ha smesso di chiamarmi. La chiamata è questo senso dell'ssurdo, come se provenisse da una bocca sfondata. Come si può non risponderle? Più vado avanti più la forma del futuro mi appare quella del mio remoto, la stessa guerra che ero da bambina, un chiarore che chiede la risoluzione di un senso. Un profondo remoto in cui sento di poter trovare delle cose››.

 

Opez in "Concerto illustrato"

musicista


Dalla poesia alla musica innervata d'arte, per il Germinal finissage, che prevede il 26 giugno alle 21 in Piazzetta dell'Asilo a Borgo San Rocco di Savignano gli Opez in "Concerto illustrato", con il duo formato da Massi Amadori alle chitarre e Francesco Tappi contrabbasso, più Aimone Marziali live painting e Simone Pucci live media.
Una performance audio-visiva quindi, musica da guardare, ispirata al primo disco degli Opez "Dead Dance", uscito a giugno 2015 per l'etichetta tedesca Agogo Records.
L'Opez Theatre è una sorta di elaboratorio creativo nella quale le immagini dell'artista umbro Aimone Marziali con la partecipazione del video maker Simone Pucci, raccontano le note strumentali del duo romagnolo (www.opez.it).
Il loro album di debutto "Dead Dance. Ballo guasto", ha condotto in un viaggio di emozioni e fantasia, lungo il solo segnato dal suono sotto la supervisione dell'esperto di afro-jazz-fusion Andrea Benini di Mop Mop, non troppo lontano da paesaggi sonori misteriosi dell'Angelo Badalamenti di "Twin Peaks", o dalle colonne sonore del Morricone "western".

‹‹Concerto illustrato -- spiega Massi Amadori -- è per noi un punto d'arrivo di quella che abbiamo definito "Latin deserto & Funeral Party". Fondamentale la congiunzione con l'opera d'artista e pittore, con disegni e video, di Aimone Marziali, che è con noi sul palco con Simone Pucci. Marziali ha dipinto il nostro immaginario fin dall'inizio, sincronizzandosi felicemente con le nostre note, la nostra sensibilità, come un completamento ideale››.

Perchè avere scritto che vi piacerebbe suonare nelle chiese?
‹‹Ciò che vogliamo tentare di riprodurre con le nostre chitarre e i nostri "macchinari", è la suggestione di una specie di limbo tra la vita e la morte, quasi il prodotto di una sensibilità nascosta, quel dolore che è dentro ognuno e di ciò che è la morte, di cui non si parla, noi invece la suoniamo, come un'atmosfera sognante, rarefatta e ininterrotta. Il "Ballo guasto" suona molto spirituale, quasi fuori del mondo reale››.

Quali immagini accompagnano il vostro viaggio sonoro?
‹‹Ad esempio, i disegni preraffaeliti del XIX secolo di Dante Gabriel Rossetti. Gli interventi di Marziali sono parte integrante del cosmo Opez. La nostra musica è molto visiva, sensuale ed emotiva. Non si tratta solo di un'esperienza acustica, ma si fa appello a tutti i sensi. Le immagini hanno il compito di rendere questa visionarietà ancora più chiara››.

 

 

MUSAS Santarcangelo
CRISTALLINO 2016 - Luoghi per le arti visive

Roberto Paci Dalò
“1915 The Armenian files” - “Filmnero”

15 maggio   

esodo

di Marcello Tosi      

 

Appuntamento con la personalità artistica trasversale, che vive da sempre in bilico tra dimensione uditiva e visiva, anche in termini di produzione musicale, di Roberto Paci Dalò il 15 maggio alle 18 al Musas nell'ambito di “Cristallino - Luoghi per le arti visive”, con la  presentazione di “The Armenian files”, performance per clarinetti, live electronics, film.
A seguire “Filmnero”, una conversazione attorno al disegno, dialogando con Maria Savarese e Roberta Bertozzi.
Il concept del disco ruota attorno al genocidio armeno risalente al 1915 e operato dall’Impero Ottomano. Alla sua realizzazione hanno partecipato anche Julia Kent (violoncello), Boghos Levon Zekiyan (voce), Stefano Spada / Light Parade (beat design) e Fabrizio Modenese Palumbo (chitarra elettrica),
Il 2015 è stato un anno cruciale per il musicista performer riminese con la prestigiosa assegnazione del Premio Napoli per la lingua e la cultura italiana.  E proprio nel giorno del premio ha voluto far uscire il disco pubblicato da Marsèll insieme a Giardini Pensili, Arthub (Shanghai / Hong Kong) e all’ambasciata d’Armenia in Italia.

bimbo scrive


Il progetto comprende un disco, un film, una mostra, un'opera radiofonica, un concerto. ‹‹Sono le mie modalità di lavoro usuali che tendono a far incontrare nelle opere più media in una relazione possibilmente articolata tra mondo digitale e analogico›› spiega Paci Dalò. ‹‹L'elettronica gioca un ruolo chiave nell'opera e devo ringraziare anche Stefano Spada per il suo contributo determinante. C'è poi da ricordare che il lavoro è stato registrato dal vivo a Vienna negli studi di ORF Kunstradio, la radio nazionale››.
Nel 1915 oltre 1.500.000 armeni vennero trucidati dal governo ottomano in quello che ora ricordiamo come il primo genocidio della storia, quello che Hitler imitò per sviluppare il suo piano di sterminio degli ebrei. Eppure, a un secolo di distanza, il Genocidio non è ancora stato riconosciuto dal governo turco. ‹‹Creare questo progetto significa per me dare un piccolo contributo alla riflessione su questa tragedia e far emergere la sua attualità. Le parole chiave sono sempre le stesse: stermini, profughi, diaspora, crimini, rifugiati, esilio. Il 1915 non è lontano come sembra››.


Paci Dalò, a che punto del suo lungo viaggio nella cultura armena si colloca questo lavoro multimediale?
‹‹È un momento simbolico che ruota attorno al centenario del 2015 ma si colloca in un periodo ben più lungo di vicinanza al mondo armeno e alla Transcaucasia in generale e tutto è nato una domenica pomeriggio del 1987 a Roma grazie al regista Sergei Parajanov. Nella mia storia personale questa vicinanza procede insieme a quella, altrettanto importante, per il mondo ebraico››.   


In che maniera la tensione creativa e musicale si fa evocazione di paesaggi della memoria e della storia?
‹‹L'archivio è tutto per me. Lavorare sulla memoria significa guardare al presente per disegnare scenari futuri. Il suono  – e anche la sua piccola organizzazione formale chiamata musica – mi è utile per disegnare interfaccia tattili che possano dare tangibilità e concretezza ai dati. Il lavoro sulla “grana della voce” mi permette di entrare nei corpi e nelle identità. In fondo l’archivio è un testo e operare al suo interno significa operare sui materiali in senso drammaturgico. La selezione è l’operazione cardine di questo processo. Ma anche in questo caso la drammaturgia non è necessariamente legata alla stesura di un testo, piuttosto rimanda alla tessitura di una scena. È un lavoro che ha a che vedere con la memoria e le sue stratificazioni. Mi piace riferirmi ad un archivio perché significa, innanzitutto, avere a che fare con materiali spesso sconosciuti, obsoleti o dimenticati. Tutto ciò diventa ancora più importante nel momento in cui si delinea l’incontro/scontro con la Rete, che è di fatto un enorme database››.

bimbi


Perché ha posto al centro la figura e i testi del poeta Daniel Varoujan?
‹‹È una figura chiave per capire quello che è successo nel 1915. Il più importante poeta moderno armeno e uno dei grandi poeti del simbolismo europeo. Torturato e ucciso a 31 anni, aveva in tasca il manoscritto de “Il canto del pane”, un testo dato per disperso ma ritrovato da un agente segreto armeno e pubblicato postumo nel 1921. Ho voluto usare questi testi sereni, bucolici persino, all'interno di un progetto sul Genocidio per riaffermare una palese verità: nonostante i piani del governo ottomano gli armeni non sono stati annientati. Gli omicidi di massa non sono serviti e nella diaspora gli armeni hanno ritrovato forza e coraggio. Ora visitare le scuole elementari, le botteghe, le officine di Bourj Hammoud (la “città  armena” di Beirut) dove ho girato il film del progetto, mostra come la cultura e la lingua siano vive più che mai››.
Boghos Levon Zekiyan (attuale Arcivescovo di Istanbul) è la voce narrante di questo lavoro.

 

Come è avvenuto il vostro incontro?
‹‹Conosco Boghos Levon da decenni. Un amico fraterno – incontrato grazie a Adriano Alpago-Novello – col quale condivido pensieri e luoghi. La registrazione utilizzata nel disco è stata fatta nel 2000 nel giardino di Ca' Zenobio, il palazzo Moorat-Raphael dei padri mechitaristi a Venezia, un luogo metafisico e cuore, insieme a S. Lazzaro degli Armeni, della diaspora armena in Italia. Per molto tempo abbiamo parlato di questo lavoro e in corso d'opera Papa Francesco ha deciso di nominare Levon arcivescovo di Istanbul. Una bellissima sorpresa e propiziatoria per questo progetto››.

 Roberto paci Dalò


Presenterà anche al Musas la serie di disegni - storyboards creati dopo la realizzazione dei film?
‹‹Mostrerò i disegni del taccuino che ho utilizzato per documentare in tempo reale la genesi della mostra “Filmnero”, curata da Maria Savarese e attualmente in corso presso la galleria napoletana “Al Blu di Prussia” (il 18 maggio ci sarà il finissage con la performance “Fronti”). Mi pare di aver raggiunto l'intento di creare una sorta di glossa disegnata ai film in mostra, un contrappunto. Il taccuino è diventato il luogo dove ho potuto approfondire aspetti più privati della costruzione di queste opere condividendo talvolta pensieri intimi. Per me taccuino e matita sono dei talismani. È la cartoleria il mio giardino delle delizie››.  


 

 

 

MUSAS Santarcangelo

CRISTALLINO 2016- Luoghi per le arti visive

Biennale del Disegno di Rimini

 

"Souvenir d'Amerique"

30 aprile 2016 - 17 luglio 2016

installazione

di Marcello Tosi

“Souvenir d’Amérique” per la Biennale del Disegno di Rimini, dal 30 aprile al Musas di Santarcangelo nell’ambito della 2. edizione di “Cristallino. Luoghi per le arti visive”. La mostra collettiva è un’iniziativa di Comune e Fo.Cu.S Fondazione Culture Santarcangelo, e di Calligraphie (con)temporary art & books, in collaborazione con Cantiere Poetico per Santarcangelo e Biennale del Disegno. Fino al 17 luglio a cura di  Roberta Bertozzi, con la direzione artistica di Francesco Bocchini e Claudio Ballestracci, saranno esposte opere di Veronica Azzinari, Carloni & Franceschetti, Federico Guerri, Luca Piovaccari, Pomelo, Gloria Salvatori, Giorgia Severi, Verter Turroni.   

disegno


“È in noi che i paesaggi hanno paesaggio”. Sulla scia di questa intuizione del poeta Fernando Pessoa, il secondo progetto espositivo di Cristallino si configura come un viaggio nella rappresentazione dello spazio, tra geografia e biografia, reticoli naturali e traiettorie umane. E come scriveva Jorge Luis Borges: “Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”.                                                             
La mostra, che nasce in collaborazione con la Biennale del Disegno, è intesa a restituire non tanto un’immagine stabile, analitica, della nostra visione del mondo, quanto la sua proiezione, il suo corpo disseminato, la sua capacità di scindersi e amplificarsi in una miriade di prospettive. Il paesaggio, insomma, come un testo senza centro, del quale è impossibile stabilire con certezza le coordinate. Opere che, in un’epoca in cui la riproduzione del reale si è sostituita a esso, in cui le mappature statistiche, mediatiche, genetiche sono sempre più coercitive, sembrano reclamare una via di fuga: alludono a un senso senza esaurirlo, ripristinano una possibilità inventiva proprio in forza della loro frammentarietà, mostrano come l’intellezione del mondo possa ancora darsi per via evocativa, per lampi ed evanescenze – per un preciso, segnico e insieme musicale, tremore.
“Al pari dei documenti cartografici cinque/seicenteschi, dove l’ignoranza dei contorni matematici del globo terrestre spingeva i geografi all’azzardo e alla congettura, e nei quali l’inesattezza della riproduzione finiva per far vibrare di riflesso la sostanza stessa della realtà – si legge nella presentazione -- ciò che ci preme consegnare con questa mostra è un’immagine del mondo ancora turbata dal possibile – una infrazione dei confini conosciuti, una totale avventura speculativa”.

foto di Luca Piovaccati


Bertozzi, come si pone “Souvenir d’Amérique” nell’ambito della Biennale riminese?  
‹‹Per tentare di approfondire un aspetto del tema guida di questa edizione, “Profili del mondo”. Ciò su cui siamo interrogati è la possibilità che nella rappresentazione del paesaggio possa darsi una coincidenza tra geografia e biografia. Il progetto espositivo è inteso a restituire non tanto un’immagine stabile e analitica della nostra visione del mondo, quanto la sua proiezione, la sua potenzialità di scindersi e amplificarsi in una miriade di prospettive, dettate anche dallo sguardo umano. Da qui il titolo che allude proprio a un “desiderio di paesaggio”, di orizzonte – di una “terra promessa”, reale o immaginaria, concreta o ipotetica che sia. Un desiderio che, a mio avviso, le opere in mostra accentuano e verticalizzano in maniera splendida, accentuando e verticalizzando questa idea di uno spazio interstiziale situato fra soggetto e oggetto. Una poetica che oscilla fra migrazione e stabilità, mondo esterno e recinto interiore, secondo una disciplina di linee e sentieri››.


In che maniera il progetto espositivo si è sviluppato in rete?
‹‹Si tratta di una collaborazione avviata nel 2015, quando, di comune accordo con Massimo Pulini, abbiamo scelto di dedicare il quarto numero di EDEL, semestrale di arti e letterature contemporanee, proprio alla questione del paesaggio, specialmente nella sua accezione culturale, in termini di landscape, terra disegnata. Si potrebbe dire che questa mostra costituisce in certa misura la messa in opera, la trasposizione materica e visiva di quanto elaborato sulle pagine della rivista. Insomma, il discorso continua, e questo inoltrare il discorso, questo prolungarlo nell’intenzione di consegnarci delle immagini ancora turbate dal possibile, riteniamo che sia il compito principale dell’arte Il paesaggio non è soltanto uno spazio, un luogo neutro posto di fronte al nostro sguardo. Parlare di paesaggio significa parlare di una dimensione che ha a che fare col tempo, col desiderio, con l’utopia. Forse il termine più appropriato per significare questa coincidenza è la parola greca “skené”, vocabolo che nella sua accezione primaria, etimologica, indicava quel luogo deputato ad accogliere e a farsi tramite del dramma: delle nostre proiezioni sentimentali e cognitive, dei nostri affanni e delle nostre speranze, delle nostre storie e dei nostri atti, recando una perfetta fusione fra la cornice e il gesto che in essa affonda››.

disegno


Quali successivi eventi faranno parte del progetto?
‹‹Mi preme in modo particolare segnalare: il 15 maggio: un incontro con Roberto Paci Dalò, che vedrà la presentazione del suo ultimo libro “Filmnero” e della  performance “1915 The Armenian files”, già proposta in prima assoluta al Premio Napoli 2015. Il 15 luglio verrà invece presentato il catalogo delle due principali mostre collettive di questa edizione di Cristallino: “Il pensiero è un abisso” e “Souvenir d’Amèrique”, nell’ottica di offrire una concreta testimonianza di quanto accaduto quest’anno durante il festival››.


Il tema del prossimo numero di Edel, in collaborazione con Santarcangelo dei Teatri, sarà una prosecuzione della riflessione critica portata avanti da Cristallino?
‹‹In certa misura sì, perché anche in questo caso gli autori, così come l’artista che ne firma il manifesto, Denis Riva, si sono misurati in una ricerca a ridosso di tre elementi che si collocano nel perimetro di ciò che potrebbe essere definito come il non-umano: la dimensione notturna, il regno animale e il mondo dell’oggettività, delle cose. Una costellazione simbolica che appunto si condensa all’interno di un paradigma coniato da Sigmund Freud, ossia, il perturbante, “Das Unheimliche”. La nostra proposta interpretativa dal titolo “Racconti del notturno” interagirà con l’architettura concettuale del prossimo festival››     

installazione

 

 

 

 

locandina disegno biennale

Biennale Disegno Rimini

Profili del mondo


Inaugurata il 23 aprile, si svolge a Rimini fino al 10 luglio 2016, la seconda edizione della Biennale del Disegno, promossa dal Comune di Rimini e i Musei comunali, in collaborazione con il Polo Museale della Regione Emilia-Romagna.

A Rimini oggi si avverte una vibrazione nuova, in questa città sorprendente dal volto antico e dalla vocazione contemporanea al benessere e al turismo, una Biennale dedicata al disegno è stata una intuizione felice, felicemente sviluppata.
Alla sua seconda edizione, la Biennale del Disegno apre lo scrigno dei suoi tesori articolando, attraverso 27 mostre di carattere storico e contemporaneo, l’affascinante percorso che illustra il disegno nel suo divenire, da umile traccia a progetto artistico.
Il tema è dedicato ai Profili del mondo, la mappatura del paesaggio interiore ed esterno, dei confini, delle forme, dei limiti, della realtà come si percepisce attraverso l’esperienza dei sensi fino alla sua rappresentazione estetica.
Una grande festa si snoda in questa audace disseminazione di opere tra i luoghi più belli ed affascinanti di Rimini, riscoperti, restaurati, finalmente aperti ad una nuova fruizione, con allestimenti di mostre tematiche e storiche, cantieri artistici estemporanei, circuiti Open, workshop, festival del disegno, conferenze e incontri, performance.

 

 

 

 

   RIU - Reframe Images Unconventionally

Spazio di ricerca per la fotografia - Rimini

foto maschio

di Marcello Tosi

“Riu” ovvero “fiume” in lingua catalana e dialetto valensiano, a indicare anche un ambito fisico ed ideale di esplorazione e mappatura dell'immagine fotografica contemporanea che sorge, non a caso, sull'argine sinistro del Marecchia, è il nome prescelto per indicare il nuovo spazio  indipendente (via Labriola 12) dedicato a ricerca e divulgazione della fotografia (“Reframe Images Unconventionally”).   
Uno spazio, non una semplice galleria, dedicato all’immagine di nuova generazione con l’occhio rivolto da Rimini all’Europa, come sottolineato dal suo quartetto di  promotori e curatori: Federica Landi, Chiara Medici, Amos Lazzarini, Elisa Brandi, da anni attivi nel mondo della cultura e della fotografia.

esposizione


‹‹Nato circa un anno fa -- spiega Federica Landi -- quando ci siamo incontrati, animanti dal desiderio comune di creare un luogo dove poter parlare, dibattere di fotografia, partendo dalla visione, dal confronto con immagini che sono di nuova generazione. Abbiamo acquisito individualmente formazione ed esperienza in Spagna, Inghilterra, Usa, ciascuno appassionandosi al dibattito che lì c’è e che in Italia spesso manca, specie in periferia. Abbiamo voluto perciò costruire un modo per dare accesso a queste produzioni giovani anche a Rimini. La collocazione dello spazio suggerisce inoltre anche l’idea di una ricerca progettuale connessa con il paesaggio riminese meno indagato››.  
E' stato inaugurato il 1 aprile questo spazio destinato a diventare sede di dibattito, di attività didattica, eventi e mostre, con l’obiettivo di affiancare alla produzione di giovani autori italiani quella di fotografi stranieri. Venendo da ambiti di formazioni diverse, i curatori vogliono proporre percorsi culturali aggiornati, di alta qualità e respiro europeo, che possano portare sul territorio una ricerca sull'immagine di nuova generazione. Dare visibilità anche a Rimini a ciò che di nuovo si vede in Italia ma anche da riscoprire.
Ad esempio,   l’utilizzo di tecniche di stampa ormai pressoché dimenticate, ma da riutilizzare con uno sguardo rivolto all’oggi, presentando chi utilizza e rielabora queste tecniche. Un approdo per fornire strumenti da riscoprire e ricontestualizzare, così come per sviluppare nuove indagini sui diversi linguaggi espressivi da porre a  confronto con la fotografia. 

spazio espositivo


Un percorso di scavo e di ricerca ragionata sul guardare e il comunicare, come ad una sorta di “ibridazione” fotografica. Collaborazione e partecipazione saranno gli elementi cardine del modo di operare dello spazio RIU, aprendosi anche a contributi esterni da parte di esperti del settore dell'arte visiva e realtà fotografiche di qualità già presenti sul territorio. Uno spazio che vuole essere soprattutto di dibattito critico, ma che contemplerà varie iniziative: workshop, incontri collettivi, laboratori di fotografia collegati anche ad altri media, un confronto sempre vivo con gli autori che intendano esplicare la loro progettualità direttamente davanti al pubblico. In programma una prossima mostra di artisti visuali dalla Spagna come Matias Costa e altri noti autori.
‹‹Uno strumento di collegamento e sensibilizzazione anche con il territorio -- sottolinea ulteriormente Amos Lazzarini  --- come per creare informazione in uno spazio aperto, una comunità con cui collaborare e a cui comunicare esperienza››. Ad esempio, con l’iniziativa che si vorrà porre in atto d’accordo con l’Unione italiani Ciechi di Rimini per proporre esperienze di lettura sensoriale che fanno percepire le immagini.    
La vernice inaugurale è stata occasione per il pubblico di ammirare la mostra “Fractures” (fino al 22 marzo), a cura di Federica Landi, artista e curatrice indipendente che ha lavorato ed esposto in contesti internazionali. “Fractures” esplicita stile, contenuti e approccio artistico di cui lo spazio intende essere promotore.
In esposizione scatti di tre artisti residenti in Inghilterra e USA: Adrian Samson, fotografo slovacco con base a Londra, che vanta una lunga serie di premi,  recentemente selezionato per il rinomato Taylor Wessing Prize; Stefania Mattu, fotografa italiana con un curriculum di mostre sia in Italia che all'estero, dopo aver frequentato il London College of Communication di Londra e l'ICP di New York ora vive e lavora negli Stati Uniti, e Alessandra D'Innella, foto e video maker, che dopo un master alla Goldsmith University si è stabilita a Londra dove lavora come art director nel settore del teatro indipendente inglese.
Corpi non omologati a regole imposte di grazia e bellezza, come nel caso dei danzatori nel video di Alessandra Iannella, stati annichiliti, disconnessi da ogni forma di relazione come nelle figure di Stefania Mattu, oggetti che ci ingannano, sfuggendo all’ordine del reale per Samson. 

inauguraziobe


‹‹Un titolo scelto – spiega Federica  Landi – per indicare il modo in cui i tre autori mettono in discussione le forme canoniche d’identità, di corpo e di oggetto proponendoci stati inquieti di passaggio tra una forma precedente e un’altra ancora in divenire, in costruzione, che oscilla tra il verosimile e l’improbabile. i modi diversi dei tre autori di porre a confronto ciò che viene da psicologia, arte, danza, nella fotografia, sono come aperture nello spazio, connotate da un risveglio nell’approdo fotografico, da una reattività contro la sedimentazione di un certo tipo d’approccio. Una maniera di essere essenziale, che crea una  frattura per cambiare forma,  ridare ad un sistema un metodo d’approcciarsi meno comune. Ciò che emerge dai loro immaginari è un’incertezza, il tradimento di un’aspettativa, l’abbandono della realtà familiare in favore di dimensioni non determinabili. La stessa sensazione che si ha nel cercare di definire al giorno d’oggi che cos’è un’immagine, che cosa ci fa credere e dove ci porta››.

inaugurazione


Orari di apertura: dal martedì al venerdì dalle 14 alle 18 (ingresso libero).

 

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MUSAS Santarcangelo

CRISTALLINO 2016- Luoghi per le arti visive

 

"Carsico"

Personale di Erich Turroni

20 febbraio 2016 - 20 marzo 2016

mostra

di Marcello Tosi

Installazioni, sculture, e diverse tavole realizzate a tecnica mista, che ampliano la ricerca sui concetti di corpo, identità ed interiorità, sono esposti al Musas, Museo Storico Archeologico di Santarcangelo, per la personale “Carsico” di Erich Turroni, nell’ambito della seconda edizione di “Cristallino. Luoghi per le arti visive”. La mostra è aperta al pubblico ancora fino al 20 marzo.  
Di Turroni, che annovera anche la partecipazione alla 15. Quadriennale di Roma nel 2008, è stato presentato, edito da Calligraphie (con)temporary art & books, il catalogo in edizione limitata che raccoglie come in un prezioso taccuino d’artista le opere appartenenti alla sua ultima produzione. 

disegno figura


Nel corso dell’inaugurazione, Gian Ruggero Manzoni ha tracciato un ideale percorso all’interno della sintassi compositiva dell’artista, che si è affermato a partire dal reticolo di artisti che da anni dialogano, interagiscono e operano dentro e fuori "Il laboratorio dell'Imperfetto" di Gambettola.
‹‹Quale uno di noi, difensori della “sacralità cenacolare del fare” – ha posto in evidenza il critico – Turroni sa più che bene che questa non è epoca propizia per mostrarsi per intero, seppure qua e là comparendo, per poi di nuovo scomparire, oltre che per dare un cenno a chi attento, vigile, in attesa del “mondo nuovo”, anche per creare “opere di sabotaggio culturali” al fine di interrompere o deviare oppure prosciugare  il corso dei vari fiumi artefatti e apostati che il sistema (non solo artistico) quotidianamente ci propone.

sculture

Processo “etico”, quindi, di austera e solida proposizione di un Sé sia a livello espressivo, ma, soprattutto, a livello umano. Un compito … una missione … una fermezza ideale e propositiva … volutamente (ma ancora per poco) misterica››  
Per Roberta Bertozzi, curatrice del progetto “Calligraphie”, il percorso di “Cristallino” è approdato con Turroni: ‹‹ad un post umano, ad una rifondazione dell’umano, che è anche contraltare alla precedente collettiva basata sugli oggetti, la materialità della cose, così come alla crisi antropologica prodotta dalla prima guerra mondiale, descritta nella personale di Claudio Ballestracci. L’espressione di un’ individualità generica e indeterminata, in bilico fra scaturigine e fading, scolpita nell’atto di emergere da chissà quali recessi minerali, o, al contrario, in procinto di svanire, assorbita dalla liquidità di un fondale. Forme dunque in fieri, barlumi di una coscienza primordiale, del suo sogno o del suo più prossimo incubo – dirette a dare testimonianza di una sorta di oralità primaria dell’umano, di un suo esatto archetipo››.

 

disegno testa


Turroni, perché il titolo “Carsico”?
‹‹Il lavoro viene sempre un po’ fuori nel “mentre”. Questo è un metodo per capire il mio stesso lavoro. Un’idea si fa via via comprendere nella forma mentre si realizza, si fa materia concreta, mentre viene eseguita. I miei riferimenti sono la persona, la figura umana, le parti del corpo. Ciò che più mi trasmette sensazione, sia in pittura che in scultura. L’opera “Mantice” è stata realizzata originalmente per l’ambiente delle celle frigorifere dell’ex magazzino delle conserve di Gambettola, ed è stata ora modificata per essere esposta al Musas, offrendo un impatto diverso, proprio perché l’idea iniziale era che l’opera non dovesse essere più lo stessa. Un respiro, che sembra dato dall’esterno al busto monumentale, che ricorda un po’ il bronzo ma è in vetroresina, materiale che uso in prevalenza, anche per ricoprire le mie pitture. É come la traccia di un unico segno grafico lasciato in sospeso, che resta aperto, coniugando fisicità e pathos, lasciando come dei vuoti che ognuno è chiamato a riempire con la sua esperienza. Uno spazio non troppo preciso, che lascia spazio per chi osserva a un margine interpretativo››.
Anche i disegni in mostra, veline inchiostri resine in poliestere, hanno qualcosa che tridimensionalmente suggerisce l’idea di figure a strati, che si sovrappongono e si i contaminano.  

mantice particolare


Come si rapportano queste opere con il titolo della rassegna “Il pensiero è un abisso”?
‹‹Forse perché è come un indagine sulla persona. L’abisso è un po’ la nostra componente più oscura che viene alla luce del sole e si impara a conoscere.  L’opera che da il titolo alla mostra, “Carsico”, ha a che fare con il sotterraneo, con la forma scabra della roccia, che cela una forma. Ancora un mezzobusto che sembra composto da una materia corrosa, minerale, evanescente. È una superfice che richiede uno scavo, una decodificazione anche da parte di chi osserva il lavoro››.


Il concetto di fondo di Turroni è quello di una poetica del reperto: suppellettili, resti, presenze,  fantasmi, frammenti di storia e storie dissotterrate. Un’ideale compositivo che si è  evidenziato anche in altre importanti rassegne a cui è stato invitato a partecipare, come al Palazzo del Capitano a Bagno di Romagna, a Casa Tarlazzi a Cotignola per “Selvatico” partendo da alcuni materiali industriali comuni quali la vetroresina e altro (dalla gommapiuma alla plastica). É l’alchimia del suo intervento che riesce a renderli “naturali”,  creando e riportando alla luce una sorta di nuova, inedita archeologia dell'uomo. Ad Asti, selezionato per “Gemini Muse 2007” si è relazionato con un luogo ricco di storia, un sito archeologico oltre che museale come la Cripta e Museo di Sant’Anastasio, volgendosi ad un pezzo erratico del lapidario civico da riferire al  XII secolo, un “Tetragrammaton” con il motivo del volto umano che si ripete, alludendo simbolicamente al cosmo, al tempo, alla fragile materialità dell’esistenza. La scultura in vetroresina e tubi creata per questo spazio,   “Clare oculis videre”, ha restituito allo spazio denso di memorie storiche la traccia del corpo, e con esso il flusso vitale dell’energia che lo attraversa.
L’impressione che donano opere e installazioni di Turroni è quella di un’interiezione di materiali e natura, di un percorso d'arte finalizzato che incrocia antichi sentieri. Esposizioni uniche ed irripetibili che di volta in volta riproducono relazioni e aprono a nuovi progetti.  

artista e opere


Perché ha definito le sue opere “emblemi probabilmente allusivi ai sentimenti"?
‹‹É come il ricomporsi di una figuratività che si svolge sulla soglia di un fattore epidermico, il primo elemento che ci permette di entrare in contatto con chi osserva, lavoro tattile più che visivo, che si concentra su questo scaglioso modo di scavare dentro la materia. Come un fiume carsico che appare e scompare››.    

 

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MUSAS Santarcangelo

CRISTALLINO 2016- Luoghi per le arti visive


"Godo nel sentire che state tutti bene"

una installazione di Claudio Ballestracci
23 gennaio 2016 - 28 febbraio 2016

immagine mostra Ballestracci

di Marcello Tosi

Parole e Voci della Grande Guerra, rivissuta come su di un campo di battaglia, nella mostra “Godo nel sentire che state tutti bene” allestita da Claudio Ballestracci per “Cristallino 2016 – Cantieri” e aperta al pubblico fino al 28 febbraio al Musas di Santarcangelo.   
La stessa parola “cantiere” sta a significare la matrice estemporanea di questi progetti espositivi: nello specifico allestimenti mobili, aperti, tensivi, mostre che, seppur differenti quanto a premesse tematiche ed esiti stilistici, si rivelano ancorate al medesimo contenuto, intese come sono a una ricognizione della condizione umana, passando attraverso le esperienze traumatiche dei conflitti dell'ultimo secolo e la progressiva reificazione sociale e culturale che ha contraddistinto la modernità.
Puntano l’obiettivo sulla possibilità stessa dell'umano, mettendo a fuoco la fragilità del suo pensiero e delle sue azioni, il sentimento di sradicamento, l’alienazione, il collasso delle utopie anche in senso etico-politico.  

stufa proiettile
(Stufa ricavata da un proiettile)


L’artista ha concepito questo primo appuntamento 2016 del “Memoriale del Contemporaneo”, un’installazione sollecitata dal centenario della prima guerra mondiale, raccogliendo in una serie di teche le testimonianze stesse lasciate dai soldati al fronte. In linea con quello che è il cuore stesso della sua ricerca artistica, che consiste nel vivificare il fattore apparentemente inerte della materia (frequente l’uso del metallo) attraverso processi tecnici elementari: la luce, l’elettricità, la simbiosi alchemica con elementi composti e naturali. Le sue opere, sono contrassegnate da una matrice comune, la rovina, nel segno della caducità e della memoria.  
Ballestracci, a cui è stato recentemente affidato il nuovo allestimento del Museo Baracca di Lugo di Romagna, è curatore della preziosa collezione di cartoline delle prima guerra mondiale ora conservata alla Biblioteca lughese. “Sono stato ancora una volta colpito, allestendo questa mostra, da tutto quello che era l’imponente apparato di propaganda, lavoro a cui si prestarono in gran parte anche gli intellettuali del tempo, al fine di convincere i militi ad intraprendere la strada delle trincee e della carneficina. Impressione leggere nelle loro lettere ‘che stanno tutti bene’, quegli stessi soldati che pochi mesi dopo risultano vittime della polmonite o delle schegge nemiche”. 

cartolina guerra


Il titolo di questa mostra, sottolinea, gli è stato suggerito da una frase del volume ‘Verificato per censura. Lettere e cartoline dei soldati romagnoli nella prima guerra mondiale’, a cura di Giuseppe Bellosi e Marcello Savini (Ponte Vecchio editore).
La Biblioteca Malatestiana di Cesena conserva una tra le più consistenti raccolte italiane di autografi di soldati della prima guerra mondiale: sono circa duemila lettere e cartoline di militari cesenati, di ambito popolare, soprattutto contadino. Gli autori hanno studiato tale fondo e scelto oltre trecentosettanta testi tra i più significativi, che costituiscono una documentazione di straordinaria importanza. La forte valenza storica e umana di questi scritti sta nel testimoniare essi il colpo lacerante che la Grande Guerra inflisse a un tessuto esistenziale ordito di secolari esperienze. Il popolo contadino, da sempre investito nella sua quotidianità dalla violenza fatta di fame, di malattie e di guerre, aveva mantenuto una sua fissità nello spazio; ora veniva deportato a centinaia di chilometri di distanza e gettato in una devastante fornace, in una durissima condizione di solitudine psicologica. Di qui l'ansiosa necessità di comunicare, di chiedere, di sapere. 
“ Cari Genitori vi prego di non pensare male per me che io sto <bene> e siamo accantonati in una casina di contadini e presto dicono che si mandono in’Italia dopo poi mi bisognerà cualche soldo perche in italia si ritirono la indinità di guerra cuindi tira solo 15 centesimi. Ò inteso che avete ricevuto tutte le cartoline che vi o spedito dal fronte non vi lamenterete mica come la familia di Zoffoli, vi dirò che la stagione e bella ma incominciato a fare freddo brinare vi diro che oggi si anno dato la robba di lana calzetti capuccio guanti mutande e camicia e gravatta se mi credeva cosi non mandavo a prendere la robba di casa”. (Primo Farabegoli / 6° (18°) Reggimento Bersaglieri. Nato il 25 giugno 1891, colono a Formignano, muore il 16 dicembre 1915 all’Ospedale di riserva di Ferrara per broncopolmonite contratta al fronte).

elmo(elmo / braciere)


Un lavoro che affonda le radici in quello realizzato nel 2014 per la Casa Rossa Panzini di Bellaria nel 2014. “Allestito con l’intento – spiega -- di portare attraverso le lettere dei soldati, l’eco della toccante dimensione poetica con cui i soldati hanno tramandato la loro memoria mentre scrivevano a casa, anche se molti di loro erano analfabeti e scrivevano come potevano, dimensione ricreata all’inaugurazione della mostra anche dal recital poetico musicale del musicista Danny Greggio e dell’attore Stefano Bisulli. Inoltre, con una serie di effetti ambientali ho voluto ricreare l’atmosfera della trincea e del campo di battaglia, che circondava i soldati: pioggia, esplosioni, scrosci di mortaio… E come per Bellaria, ho chiesto la collaborazione di Bruno Zama e Angelo Nataloni, collezionisti di oggetti della prima guerra mondiale. Anche per mostrare l’abilità con cui i soldati sapevano trasformare bossoli, elmi, spolette, in strumenti utili alla loro vita quotidiana”.
I file audio di tutte le vetrine sono diffusi contemporaneamente in modo da percepire una specie di coro intimo e confuso, un effetto straniante come fosse un bisbiglio di tutti i soldati, così simile ad altri effetti toccanti ascoltati in altri celebri Memoriali storici, come lo Yad Vashem, Museo dell’Olocausto di Gerusalemme. 

mostra Ballestracci(Installazione di Claudio Ballestracci)


Ciò che si percepisce nella sala dell’allestimento è un intenso contatto con il sentimento di precarietà sperimentato da questi uomini; attraverso la riproduzione sensoria del contesto bellico, a colpirci è un universo di affetti, speranze, sollecitudini – il tutto narrato da un lessico umilissimo, sgrammaticato e claudicante, che diviene indizio delle umili origini di questi soldati. Sono racconti minimi, dove prevale l’elenco delle povere necessità, la nostalgia di casa, il sincero patriottismo, il tedio e l’insopportabile stasi, che assurge quasi a dimensione metafisica, propria della guerra di trincea.

 

inaugurazione

 

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volto coperto
( Opera di Denis Riva, Teste sacre)

CRISTALLINO
MUSAS Santarcangelo
novembre 2015 - aprile 2016

"Il pensiero è un abisso. Tra wunderkammer, cataloghi e assemblaggi. Lo stato delle cose"
21 novembre 2015 - 28 febbraio 2016

di Marcello Tosi

Progetto articolato dal punto di vista artistico come da quello critico, "Cristallino. Luoghi per le arti visive" propone come primo evento in corso, tra quelli che si terranno fino al 26 febbraio al Musas di Santarcangelo, "Il pensiero è un abisso. Tra wunderkammer, cataloghi e assemblaggi. Lo stato delle cose", rilettura visiva de "La Fondazione" di Raffaello Baldini.

Il poemetto in versi del poeta santarcangiolese, tra le voci più significative della poesia dialettale del Novecento, è filtrato dallo sguardo degli artisti contemporanei. Una collettiva che rimanda alla dimensione del catalogo e all’assemblaggio, delle tavole sinottiche e degli inventari. Un viaggio nella dimensione dell’accumulo delle cose, dove convivono ironia e affetto, racconto e invenzione.

fiori colorati
(Opera di Giacomo Cossio)

Il tutto nell'ambito della collaborazione tra Fo.Cu.S e Associazione Calligraphie, con la direzione artistica di Francesco Bocchini e Claudio Ballestracci, direzione e cura del progetto di Roberta Bertozzi. Con Cristallino, Fo.Cu.S. si è posto l’obiettivo di aprire la città di Santarcangelo all’arte contemporanea, rispondendo così all’esigenza della cittadinanza di trovare spazi dedicati alle arti visive del contemporaneo.

Sono presenti in mostra: Giacomo Cossio, Massimiliano Fabbri, Gilberto Giovagnoli, Mariano Marini, Ilaria Margutti, Valentino Menghi. Rudy Mazzoni, Gregorio Ravaioli, Denis Riva, Fabrizio Zanuccoli.

Ogni artista ha portato in mostra allestimenti che recano un pezzo del proprio immaginario, reso concettualmente e oggettivamente come un vero e proprio memoriale visivo di scritti e oggetti, in una sequenza discorsiva di collezioni, libri, creazioni, pietre vive, memorabilia...

memorabilia(Opera di Ilaria Margutti)

La scelta dell'omaggio a Raffaello Baldini, "Imagerie, cataloghi,inventari", a dieci anni dalla sua scomparsa, non è affatto casuale, sottolineano i curatori, ma dovuta alla centralità che il mondo delle cose assume in questo testo offrendo in qualche misura la chiave per ripercorrere tutto quel complesso, quando non tormentato, rapporto con l’oggettività che ha interessato fortemente le arti moderne e contemporanee, passando da una messa in discussione della stessa possibilità rappresentativa a una parodia del mondo mercificato, dal kitsch ai feticci delle società spettacolari, dal riciclaggio alle pratiche di prelievo e decontestualizzazione, di innesto e collage.

Per lo stravagante protagonista del libro non è tanto la “roba” quanto la sua custodia, la fissazione a “tenere da conto” tutto, a porsi come vera matrice di un automatismo mentale, di una propensione a far sì che gli oggetti, i brandelli di ciò che è stato, le tracce materiali del proprio vissuto, diventino più importanti dell’esistenza stessa. E in questo accumulare per trattenere si staglia come leitmotiv la ricerca di un ordine, di una ragione: ammassare, accostare, allestire per far emergere un disegno, per rinvenire nell’opaca trafila delle cose una narrazione, un racconto.

memorabilia(Opera di Massimiliano Fabbri, Atlante)

Ripristinare il meraviglioso attraverso il prosaico: perché il pensiero è un abisso e solo tramite le sue analogiche, ardite connessioni ciò che ci circonda ritorna a essere vitale. Proprio attraverso la trama che rilega l’una con l’altra le cose, attraverso la loro catalogazione, che altro non è che un mettere insieme un universo simbolico e allegorico – dove creare diventa in primo luogo ri-significare tutto quello che c’è già.

"E beh, la roba la devi ammucchiare, d'accordo, ma non devono essere dei mucchi, così, alla rinfusa, la roba deve avere un suo ordine, una sua disposizione, e la disposizione deve essere giusta, deve piacere, deve darti l'idea che ci stai insieme con questa roba, che non è solo della roba, sono delle creature, che le hai create tu" ("La Fondazione").

La formula di Cristallino è di quella di affiancare ai progetti espositivi dei momenti d’incontro e di dialogo sullo stato delle arti. Una mostra, sottolineano ancora i curatori contiene di per sé tantissimi input, tante possibilità narrative. da considerare come un testo su cui si possono sovrascrivere altre parole e immagini.

Per questo nel suo programma compaiono delle sezioni dedicate alla critica, alla musica, alla performance. La mostra che si è inaugurata il 21 novembre vede alla ribalta anche le "Pratiche cristalline" della rivista d'arte e letteratura EDEL, che da circa tre anni a questa parte cerca di mettere a fuoco alcune urgenze che riguardano il contemporaneo. Alla sua presentazione al Musas il 29 novembre è seguito "Soundscape", concerto di Luigi Berardi. Il musicista ravennate, creatore di interattivi "paesaggi sonori" a contatto con la natura, sperimenta possibilità visive e sonore di "armonie" anche attraverso la costruzione di strumenti in grado di fondere e unire più confini sonori.

Ideata dall’associazione Calligraphie, la rivista EDEL intende proporsi come uno strumento di ricerca e approfondimento su tematiche che riguardano le realtà culturali contemporanee. Un “semestrale di pratiche cristalline”, nato dalla necessità di mettere a fuoco esperienze, progetti e ipotesi teoriche che si fanno portatrici di uno scarto di prospettiva, e che proprio per questo motivo si trovano molto spesso costrette in una posizione di marginalità rispetto ai circuiti ufficiali.

pubblico alla mostra

«La nostra indagine - ha sottolineato Roberta Bertozzi nel corso della presentazione dell'ultimo numero "Paesaggi / Landscapes", con scritti anche di Stefano Mazzotti, Sandro Pascucci, Massimo Pulini - si è mossa tra paesaggio e landscape, termini che solo in apparenza sono sinonimi. E tutti gli autori hanno in fondo dichiarato l’impossibilità di scindere il paesaggio dall’azione che l’uomo vi ha esercitato nel corso dei secoli. Con l’esito che quando parliamo di paesaggio finiamo per parlare anche di noi stessi. Come recita un detto di Fernando Pessoa: 'è in noi che i paesaggi hanno paesaggio' ››.

A gennaio e a febbraio 2016 il progetto si arricchirà inoltre degli interventi di Claudio Ballestracci, che presenterà "Godo nel sentire che stati tutti bene, progetto per il Memoriale del Contemporaneo, e "Carsico", installazione temporanea di Erich Turroni.

La seconda mostra di questa edizione di Cristallino , dal titolo "Souvenir d'Amerique", aprirà i battenti ad aprile 2016 e si svolgerà nell'ambito delle manifestazioni legate alla seconda edizione della Biennale del Disegno di Rimini, cercando un innesto tra geografie territoriali e geografie umane.

 

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spazi mostra

Il Cantiere Artistico
Mir Mar di S. Mauro Pascoli
ottobre - novembre 2015


di Marcello Tosi

Tanti visitatori anche il 24 ottobre, secondo sabato di apertura della terza edizione de "Il Cantiere Artistico" negli ampi spazi dell'ex fabbrica Mir Mar di San Mauro Pascoli.   
Arte contemporanea protagonista nella vastissima esposizione che fin dalla galleria d’ingresso costituisce l’invito ad una riscoperta di un  contatto diretto, passionale, emozionale con l’arte, come un’energia che scorre con una sintonia ritrovata in un percorso comune di fruizione artistica.  L’arte rievoca il Dialogo, tema a cui è dedicata la rassegna, nata da un’idea di Mirna Casadei e Marco Bianchi, a cura di Marco Bianchi e dell’Associazione “Il Cantiere Artistico”, ancora aperta al pubblico nei giorni 31 ottobre e 1 novembre.
Un invito a indagare, tramite la molteplicità dell’espressione, figurativa, installativa o fotografica, il bisogno di dialogo tra le persone, lasciandosi coinvolgere nell’emozione della condivisione, in un'epoca di interazioni sempre più rarefatte e simulate tramite piazze virtuali e amicizie elettroniche.

spazi mostre


I 250 metri quadrati di quella che fu la palazzina degli uffici sono diventati la “Residenza del dialogo”, con la collettiva fotografica a cura di Denis Bartoli e un progetto sulla fotografia della calzatura di lusso, eccellenza sammaurese, a cura di Maria Cristina Savani e della scuola internazionale della calzatura “Cercal“. 
L’idea di Bianchi proprietario della ex fabbrica è infatti quella di creare una nuova occasione per fissare nella memoria collettiva lo storico edificio, prima della demolizione, al fine di restituirlo ad una seconda vita, ad una nuova funzionalità estetica ed artistica tramite installazioni, fotografia, performance.  Le particolarissime volte che reggono l'edificio, disegnate all'epoca dall’architetto/scultore/artista Giuseppe Rustichelli (ai più noto con il nome d’arte “Rustico”) e che rappresentano ancora oggi un elemento di interesse architettonico, saranno però salvate e recuperate per divenire a tutti gli effetti parte integrante della nuova edificazione, come elemento artistico.
Un dialogo d’arte che vede al centro le opere di maestri come il forlivese Eugenio Barbieri (“Gesto, immagine, simboli”), protagonista della pop art degli anni Sessanta e Settanta in Italia e in Francia, in esposizione con le surreali figure a specchio, scarnificate, bruciate dei suoi “Mutables”, ossia mutazioni globalizzanti delle opere, esposte per la prima volta dopo la scomparsa dell’artista avvenuta a inizio autunno, e Ilario Fioravanti, presente con i due bronzi Prometeo e Solitario, come poli di un dialogo impossibile. Molto apprezzata anche la partecipazione del forlivese Vanni Spazzoli, con lo stile incisivo, graffiante e al contempo venato di lirismo delle figure delle sue prorompenti gigantografie apprezzate in Italia e all'estero.

vanni Spazzoli
Opera di Vanni Spazzoli


All’itinerario espositivo si affiancano proposte che vanno dalla poesia alla filosofia, dal teatro alla danza, dalla musica al visual per arrivare a progetti interattivi e performativi, come quelli dell’attrice e performer Gilda Sancisi, all’installazione audio video “Memoria Mirror” di Diego Pieri, Mauro Benzi e Gabriele Grossi, i “Leggii del Dialogo” di Marta Mancini, ovvero un “dialogo sospeso” in una dimensione che vuol annullare il senso temporale dove l’uno è il tutto, origine e fine, e molteplicità.
Fin dall’ingresso, la galleria installazione del celebre architetto faentino Umberto Pinoni e le opere dello scultore di Pietrarubbia Paolo Pompei danno subito un’idea dell’arte come relazione per donare forma e sostanza di un dialogo interiore.

opera ritratto
Opera di Marco Cingolani


Si ammirano poi i busti femminili di Manuela Carabini, le sculture di Paolo Pompei e gli “Intrecci”, sorta di tracciato grafico di emozioni e sentimenti di Marco Cingolani, l’astrattismo di “Dialogo 2005”, in tecnica mista olio su tela del riminese Roberto Vandi, il “Significato delle cose” di Rita Meneghin, le linee, i ritmi, i colori di “Vita di danza” di Massimo Semprini.  I “Nidi” di Maria Cristina Ballestracci sono quelli dentro cui cova una parola, ma anche il simbolo di un’origine e di una terra.   

installazione
Installazione di Maria Cristina Ballestracci


In campo fotografico, Lorenzo Lessi in ‘Minimalismo urbano’, offre un’indagine su interconnessione tra persone e spazi pubblici.     
Chiara Dionigi presenta un collage di lastre di vetro ispirate a leggendarie figure femminili come la Marchesa Casati, Tamara de Lempicka, Marlene Dietrich.  
A motivi vintage s’ispira anche Cinzia Aze con i suoi “Collaze” su foto polaroid che permettono di creare, spiega, “una strana magia. Restituire le fotografie che non ho fotografato. Accade che ciò che immagino diventa materia senza l’ausilio della macchina fotografica”, ma applicando ritagli di riviste e libri d’arte, vecchie pubblicità, su fotografie istantanee sbagliate, non pervenute, sbiadite… 
Sandro Cristallini offre limpido, cristallino il senso dell’infinito / infinità,  ambiziosamente cercato attraverso lo strumento della fotografia , per rinvenire una porta aperta sull’infinito, dal suggestivo effetto dimensionale, come la prospettiva aperta, spalancata sul mare.

varie mostre


Il noto fotografo toscano Michele Spinapolice in “Aspettando Godot” offre la sua ironica rivisitazione della quotidianità, a cui fa da ideale contraltare in ‘’Sospesi” di Giampaolo Marcantoni il focalizzarsi principalmente sull’impatto Uomo-Natura e su come l’essere umano stia costantemente trasformando se stesso e il mondo in un immenso organismo dove tutto è controllato e codificato.
Il senso di una rassegna che potrebbe essere complessivamente riassunto nella frase di Ana?s Nin con cui Andrea Buzzichelli introduce la sua mostra “Immaginary World”: “non vediamo le cose come sono ma come siamo”.
Presenti in mostra anche opere di Alba Rossi, Sara Alberghini, Federica Franchini, Antonio Coatti, Gianni Proietti, Brando Torri, Luca Barboni,  Daniele Pezzoli, Gabriele Nastro, Raffaele Conti,  Alessandro Buccioletti, Rossano Profili, Roberto Grilli.    

locandina

 


 

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