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rivista d'arte
Iscritta nel Pubblico Registro della Stampa
del Tribunale di Rimini: n° 11 del 24-05-2011
ISSN: 2239-089898







RACCORDI

di Anthony Molino

2015- 2016 - 2017



#7 - PER INCISO

#6 - IN PETRA E IN LIGNO

#5 - Macchiagodena: l'evoluzione di un'ossessione

#4 - Oliana Spazzoli: Il riposo delle immagini (ovvero, del colore)

#3 - Guardare la terra negli occhi
(Terra di Padre)

#2 - Tra segno e sogno

#1 - Simona Stivaletta: Mediare il futuro


 


 


 

 

 

RUBRICHE:

Tapetum Lucidum,
la copertina di ARACNE

di Stefano Tonti

La cura dell'Arte / L'arte della cura
di Roberto Boccalon

Festina Lente
di Annamaria Bernucci

A volo d'Icaro
di Luca Di Gregorio

Cahiers du Festival
di Angela Catrani

Fotografia di settembre
di Marcello Tosi

Kriptonite
di Maria Virginia Cardi

Intorno all'origine
di Rosita Lappi

L'altra Germania
di Tilde Giani Gallino

L'incontro delle Arti
di Claudia Antonella Pastorino

Meraviglie
Storie di illustrazione

di Silvia Paccassoni

Messa a fuoco
di Remo Ceserani

Nuvole in viaggio
di Emanuela Agnoli

Transiti
AA.VV.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

RACCORDI
Rubrica di Anthony Molino

OPERA D'ARTE
(Perry Oliver, Expansión, 2002, bronzo cm 22 x 21 x 7)

PRESENTAZIONE

raccordo s.m. [der. di raccordare]. – In genere, collegamento o mezzo di collegamento fra due o più cose; in cinematografia, legame tra un quadro e l'altro del film; più spesso, è un nuovo quadro, talvolta un inserto, che serve a collegare fra loro due quadri o inquadrature che non si sarebbero potuti unire direttamente.
 
Adottare l'operazione cinematografica del raccordo come metafora per estenderla ad arti, ambiti, e discipline non direttamente o evidentemente collegabili fra loro. E' questo il proposito dello psicoanalista, antropologo e traduttore letterario Anthony Molino, nella sua rubrica Raccordi.

Anthony Molino, psicoanalista e pluri-premiato traduttore di letteratura italiana in inglese, è membro associato della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica. Ha tradotto in inglese i poeti Valerio Magrelli, Lucio Mariani, Mariangela Gualtieri, Luigia Sorrentino, Paolo Febbraro e Antonio Porta, nonché commedie di Manlio Santanelli (“Uscita di emergenza”) e Eduardo De Filippo (“Natale in casa Cupiello”). Di Mariani ha da poco pubblicato negli USA la silloge "Traces of Time", per i tipi della Open Letter Books. Da sempre attento alle intersezioni tra la psicoanalisi e altre discipline (ha pubblicato importanti ricerche su psicoanalisi e buddismo, nonché su psicoanalisi e antropologia), da qualche anno Molino si interessa all’arte, ed è attivo nella promozione di alcuni artisti.

tonymolino@hotmail.it

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 Raccordi #7

PER INCISO
Vittorio Manno, Angelo Rizzelli e la
tradizione grafica italiana

a cura di Anthony Molino

locandina 

Vittorio Manno e Angelo Rizzelli:
Il segno tra memoria e sogno

"Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi: Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l'inferno di Dante. E cominciai anch'io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo. La stradetta, strettissima, che scendeva serpeggiando, passava sui tetti delle case, se così quelle si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone: ognuna di esse ha sul davanti una facciata; alcune sono anche belle, con qualche modesto ornato settecentesco. Queste facciate finte, per l'inclinazione della costiera, sorgono in basso a filo del monte, e in alto sporgono un poco: in quello stretto spazio tra le facciate e il declivio passano le strade, e sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelle di sotto… "
(Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli)

Carlo Levi ha scritto il suo capolavoro tra il 1943 e 1944, quando Vittorio Manno e Angelo Rizzelli erano ancora bambini, poco meno che scugnizzi. Lo scrisse quando non erano ancora arrivati a Matera, dove, separatamente e in momenti diversi, sarebbero approdati da lì a quindici anni il primo, ancora dopo Rizzelli. Ma era impossibile per due giovani meridionali, cresciuti nel dopoguerra e con l’ambizione inconsueta e osteggiata di fare arte, ignorare la storia di terre al confine con la propria. Da adolescenti avevano sicuramente letto le pagine struggenti di Cristo si è fermato a Eboli, come sicuramente conoscevano le poesie, nobili e accorate, di denuncia e di speranza, . . . .

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Raccordi #6

IN PETRA E IN LIGNO

Abbazia di S. Maria del Lago  –  Moscufo (PE)      
20 giugno 2015

 

opere

 

PRESENTAZIONE di Anthony Molino

Un anno fa circa, proprio di questi giorni, ho avuto la fortuna di moderare una rara conversazione pubblica, con due importanti scultori italiani, Giuliano Giuliani e Vanni Macchiagodena, sul tema dell’incontro tra l’arte e il sacro. L’evento, intitolato In petra e in ligno (con riferimento esplicito alla materia privilegiata dai due artisti: rispettivamente, il travertino da Giuliani, il legno da Macchiagodena) si è tenuto nella magnifica cornice della chiesa romanica di Santa Maria dell’Angelo a Moscufo, in provincia di Pescara, dove siamo stati ospiti del locale parroco Don Fulvio Di Fulvio. Aspetto singolare dell’evento è stato che ciascun artista ha portato con sé una scultura illustrativa della propria opera, che è rimasta poi esposta nella chiesa per tutta la settimana a seguire.
Si riproduce qui per la rubrica Raccordi il testo della conversazione tra i due artisti, preceduto dall’introduzione  all’evento dello  psicoanalista jungiano e teologo Valentino Ceneri. . . . .

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Raccordi #5

MACCHIAGODENA:
L’EVOLUZIONE DI UN’OSSESSIONE

locandina mostra Macchiagodena

Se il tema ricorrente dell’opera di [Henry] Moore è l’infanzia, questo non vuol dire ovviamente che ogni cosa che Moore ha fatto debba essere considerata sotto questa luce. Il tema ricorrente di Watteau era la mortalità; di Rodin, la sottomissione; di Van Gogh, il lavoro; quello di Toulouse-Lautrec il punto di rottura tra il riso e la pietà. Stiamo parlando di ossessioni che determinano i gesti e le percezioni di artisti nel corso dell’opera di una vita, anche quando la loro attenzione cosciente è altrove. Una sorta di predisposizione dell’immaginazione. Il modo in cui il lavoro di una vita scivola verso un tema che per quell’artista rappresenta la propria casa. (John Berger, PORTRAITS)

Alla luce dell’intuizione di Berger, e in linea con il titolo e i propositi di questa mostra di Vanni Macchiagodena, vorrei centrare l’attenzione su quell’unico tema, quella sola figura iconografica che più si avvicina al tipo di ossessione che Berger equipara alla “casa” dell’artista. Il tema in cui l’artista trova rifugio, che diventa per lui autentico luogo dove proteggersi, dove nutrire e ridefinire se stesso. È strano, anche per uno psicoanalista come me, parlare dell’evoluzione di un’ossessione. Come può, in effetti, qualcosa di fisso, ripetitivo, ostinato nel suo ripresentarsi, finire per evolvere? Ma nel corso degli anni ho assistito in prima persona al processo con cui Macchiagodena è rimasto fedele a quella “casa” che è per lui la figura di San Martino, quantunque nello stesso tempo abbia sottoposto questa figura ad una sorta di riduzione per via di levare che . . . .

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Raccordi #4

OLIANA SPAZZOLI: IL RIPOSO DELLE   IMMAGINI (ovvero, DEL COLORE)

mostra

Scrive Valerio Magrelli, a proposito delle opere di Oliana Spazzoli: “Sia sulle pagine già stampate e rilegate dei suoi ‘libri d’artista’, sia sui brandelli di tela strappata, la tinta non sembra mai depositarsi. Non si assiste, cioè, ad una sovrapposizione del colore su di un sostrato. Piuttosto, abbiamo a che fare con una penetrazione, un intridersi, un farsi materia del colore stesso. Insomma, l’intervento cromatico fa tutt’uno con la fibra di cellulosa o di tessuto. Se lo dovessi dire in un’immagine, azzarderei che questa pittura ‘suona’ le corde del supporto. Penso a una specie di curiosa ‘chitarra del colore’ - e certo non posso fare a meno di ricordare una famosa poesia di Wallace Stevens, L’uomo dalla chitarra azzurra, di cui riporto la prima parte. (La traduzione è di Renato Poggioli.)”
. . . .

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Raccordi #3

"Guardare la terra negli occhi"
(Terra di Padre)

terra

Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata - perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l'acqua dei canali per irrigare tutto il suolo -; allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare... (Genesi 2, 4-9)

Quando guardo le singolari creazioni di Maurizio Righetti, la mente spazia lungo un arco temporale di quasi un secolo, e colloca l’opera del cinquantenne artista chietino tra due punti che ne delimitano, a mio vedere, la matrice culturale e artistica. Penso alla nobiltà scarna, quasi derelitta, delle scarpe di Van Gogh; scarpe spesso consunte, deformi, che sanno di terra anche se, a riguardare bene le numerose versioni dell’immagine divenuta iconica, non vi è quasi mai traccia della terra acre e nera che quelle scarpe hanno calpestato, in cui si sono impiantate e infangate, in cui hanno sudato, gioito poco e pianto, probabilmente, molto. Eppure quella terra contadina c’è, se ne avverte ovunque la piena, gommosa e umida densità, i secchi grumi sgretolati sul pavimento. . . .

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Raccordi #2

Tra segno e sogno

tre opere

“Le loro stesse mani, pur immerse tra ghiacci e lo sgomento del buio
e del silenzio, si indussero a impugnare spezzati di ematite e d’ocra gialla
iridescenti gessi di argille, carbone tratto dal bruciar dei legni, ad impugnare
utensili di roccia per graffire e inondare di colore gli anditi di riparo
mutandoli in santuari ove cantare lo stupore del mondo e i desideri…”
L. Mariani, Io nacqui

Nella poesia Io nacqui di Lucio Mariani, qui citata, si finisce per evocare “…la misteriosa fantasia che armò / la selce colorata e dette fuoco alla caverna / tracciando puri segni di fieri combattenti / alci e bisonti.” Si parte, dunque, dal segno. Puro. Nasce col puro segno la nostra avventura umana, nelle grotte di Lascaux e Pech Merle. Da quel “graffire”, dall’impulso primigenio – caotico e magmatico - di incidere la roccia ha origine un momento fondante della nostra evoluzione, del nostro destino planetario al contempo sanguinario e sublime. Il segno come traccia, come lettera; come primo ambizioso tentativo di evincere forme, e rappresentare; come passaggio e vincolo tra consimili, resi compartecipi di un mistero che ne decreta, infine, la dimensione sociale e comunitaria. Per arrivare ad un effluvio di colore che trasforma, nei meandri del tempo e dello spirito, la caverna e le prime, pietrose tele delle sue pareti in santuario, “ove cantare lo stupore del mondo e i desideri.” Il segno, quindi, come nota originaria di un canto collettivo perennemente in divenire, embrione del simbolo, preludio della stessa voce, espressione sublimata e anteriore dell’umano stupore e del desiderio...

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Raccordi #1

Simona Stivaletta: Mediare il futuro

due persone si guardano

Più o meno un anno fa, quando per la prima volta mi sono avvicinato alle opere di Simona Stivaletta, l’ho descritta frettolosamente come “ingannevolmente naïf”. Ora mi rendo conto di aver intuito più, forse, di quanto avessi potuto immaginare. Perché la sua “ingannevolezza”, ad una ricerca profonda e sistematica, si rivela di più ampia portata. E l’apparente qualità “naïf” della sua pittura risulta pervasa, in ultima analisi, da un elemento di “familiare inquietudine”: da una capacità intrigante di mescolare disparate tradizioni pittoriche, provenienti da altri tempi e luoghi, per arrivare a produrre un’espressione squisitamente contemporanea di ciò che lo psicoanalista Christopher Bollas definisce il conosciuto-non-pensato. Stivaletta è davvero, oserei dire, un’espressione del nostro conosciuto-non-pensato: un lento ribollire di elementi di un inconscio iconografico quasi senza tempo che ci accomuna tutti, il cui esito - precisamente nella sua dimensione di “familiare inquietudine” - porta la discreta ma inconfondibile firma di una innovativa e creativa forza contemporanea...

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