rivista d'arte
Iscritta nel Pubblico Registro della Stampa
del Tribunale di Rimini: n° 11 del 24-05-2011
ISSN: 2239-0898









INDICE
Aracne# 0/2011



SAGGI
Viaggio: fuga, scoperta o memoria?
di Emanuela Agnoli

Umbra, spectrum, speculum,
Le immagini sulla soglia

di Lorella Barlaam

Trittico
di Angela Catrani


L'analizzante come artista

di Luca Di Gregorio

Gli autoritratti di Helene Schjerfbeck
di Rosita Lappi

INTERVISTE
a cura di Lorella Barlaam

intorno ad Aracne
Isabella Bordoni

Tra il limite e il superamento, uno scatto
Silvia Camporesi

Io sono ciò che mi circonda
Dacia Manto

Assenza, più acuta presenza
Maurizio Giuseppucci

Io sono una stella
Melina Riccio intervistata da Gustavo Giacosa

SCHEDE DI LETTURA
Carla Lonzi, Autoritratto (R. L.)

RECENSIONI DI MOSTRE
Phopart, photurismo, digital art
di Enrico Casarini

Report... stage
di Eleonora Gessaroli

 
 
 

SAGGI

Viaggio: fuga, scoperta o memoria?
di Emanuela Agnoli

L’America che Saul Steinberg vede al suo sbarco negli Stati Uniti, nel 1942, è un continente Art Deco, un universo di architetture in stile juke-box, pieno di forme audaci e colori sgargianti, di parate e sfilate di majorette. Nei tanti disegni geniali, pubblicati sul “New Yorker”, l’artista, di origini rumene ma di formazione italiana, riesce a cogliere con intuito straordinario il carattere di una nazione, mettendo a nudo, in modo divertito e talora dissacrante, i capricci e le debolezze di un intero popolo.
Stati Uniti, anni Cinquanta: a sconvolgere cliché e sentimentalismi propri dell’arte fotografica del dopoguerra è Robert Frank che, con le sue immagini crude, traccia un ritratto dell’America eloquente e significativo. Ai paesaggi naturali sconfinati si sostituiscono automobili, pompe di benzina e juke-box, nuove icone e indici più veri della vita contemporanea americana...

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Umbra, spectrum, speculum,
Le immagini sulla soglia

di Lorella Barlaam

Ritratto/autoritratto (biografia/autobiografia) è il tema attraverso il quale il progetto che la galleria Percorsi esprime è entrato nel vivo della sua attività. Una vera e propria “via regia” per penetrare nell’officina dell’artista.
Guardare un ritratto, sondarne il volto, è cercare lo sguardo dell’Altro. Che ricambia il nostro, o lo elude. Uno sguardo che si manifesta come una soglia: con una faccia rivolta all’invisibile – l’interiorità del modello o dell’artista, un altrove nel tempo e nello spazio – e una rivolta al visibile, la superficie del ritratto, rivolta al qui ed ora di chi guarda. Presenza in absentia.
Nel guardare le opere esposte, si attiva una serie di corrispondenze: sono immagini che si rivolgono a una parte antica, dentro di noi. A un nostro bisogno. Sono visi, volti, facce, teste, maschere. Ritratti.

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Trittico
di Angela Catrani

Attis

“Alfine sei arrivata.”

Si, mia dolce Saffo, alfine sono arrivata. Sono travolta dalla gioia, le mie gambe non possono stare ferme, il mio cuore balla e canta. Ma ugualmente ti sorrido e mi siedo accanto a te.

Guardo ammirata il tuo lavoro, i tuoi ricami, le tue agili mani che si muovono veloci, appassionate. Tiri su la testa, mi guardi, mi sorridi, ammicchi, fai un cenno verso le altre. Oh, quante sono, oggi.

“Buongiorno a tutte voi, dolci fanciulle, cosa si dice di bello oggi?”

Raccolgo i capelli, mi siedo al telaio, scosto indietro il peplo e mi metto a lavorare. Ho un ricamo difficile da seguire oggi, i filati sono dorati, duri, l'ago non entra come dovrebbe. Mi concentro sul lavoro, mi aiuta a non pensare, almeno non troppo. Siamo sempre chiuse qui dentro, certo puņ essere anche divertente, in certi giorni di noia, ritrovarsi tutte, ma oggi... no oggi no. Ecco che Saffo mi guarda, sento i suoi occhi ardenti sulla mia nuca scoperta, sulle candide braccia. Il viso mi diventa di fuoco. Oggi tutte vie dovrebbero andare, via via, via.

“Attis, ti abbiamo vista sai, parlavi e sorridevi con Alfeo...”

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L'analizzante come artista
di Luca Di Gregorio

Nell’epoca dell’evaporazione del Padre, nell’epoca della precarietà del simbolico, in quest’epoca impoetica e volgare nella quale il sentimento estetico pare essersi eclissato, l’individuo, la soggettività e la propria irriducibile particolarità sono in pericolo. Lo constatano quotidianamente gli psicoanalisti nei loro studi quando accolgono persone molto più vicine all’esser monoliti, piuttosto che individui in grado di articolare con la parola il proprio disagio. Questa è l’epoca della “clinica del vuoto”, non più del sintomo come manifestazione di qualcosa che voleva esser detto e non ha invece trovato altra espressione al di fuori del disagio. I nuovi sintomi non fanno metafora. Ma lo possiamo constatare quotidianamente anche nell’ambito delle espressioni artistiche, nelle quali non è più centrale la soggettività dell’individuo e il mondo che essa porta con sé. Raramente un’opera contemporanea ci parla e ci emoziona. Raramente è in grado di offrire un mondo al mondo. Si produce tanto, ma la qualità scarseggia. La pratica dell’arte oggigiorno è ben lungi dall’essere una pratica che esige voti claustrali e tempi lunghi, è invece divenuta mercato, business e le opere d’arte sono finite con il diventare una merce tra le tante.

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Gli autoritratti di Helene Schjerfbeck
di Rosita Lappi

Recita un antico adagio che “ogni dipintor dipinge sé”; certamente l’artista impasta di sé ogni forma creata, ma col ritratto lo dichiara. La natura ha collocato il volto in una zona cieca ai nostri occhi che possono cogliere il sembiante solo con l’artifizio dello specchio. Come scrive Alberto Boatto, ognuno rispetto a se stesso occupa in quello spazio di trionfante trasparenza un punto oscuro, un luogo opaco, invisibile a se stesso. Davanti ad uno specchio o davanti al nostro ritratto fotografico e pittorico, è possibile cogliere qualcosa che possiamo riconoscere, ma vi sono aspetti che restano in ombra e che emergono a volte in modo frammentato e critico, segni complessi di un mondo interno cangiante, oscuro e indefinibile, che l’artista può fare emergere. L’incontro con il nostro doppio, l’emergere di un Altro che è noto ed estraneo insieme, non può che alimentare senza tregua un bisogno di esplorare quest’altro da sé che sullo specchio si trasforma ogni momento, per il passare del tempo, per le modificazioni anche minimali che la vita di ogni giorno traccia sul viso...

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